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Giro d'Italia 2026 •
Jonas Vingegaard e il Giro d'Italia dell'assenza
Nemmeno la presenza di un campione come Jonas Vingegaard è riuscito a rendere la corsa rosa, un Giro di presenze e non soltanto di assenze. Il confronto con il Tour de France e la necessità di un cambio di rotta

Foto LaPresse
Era il 1924 quando il giornalista francese Albert Londres, di ritorno da un reportage nelle colonie penali francesi d’Oltremare, venne inviato al Tour de France, il primo vinto da Ottavio Bottecchia, e lì, seguendo la corsa, intravide delle similitudine tra i corridori e i condannati degli istituti di pena. Utilizzò, per descrivere i ciclisti, l'espressione “forzati della strada”. Un secolo dopo i ciclisti non sono più dei forzati della strada: la fatica è tanta comunque, ma le loro condizioni sono decisamente migliorate: buoni, in certi casi ottimi, stipendi, collaboratori che si occupano di loro per ogni evenienza. E poi nutrizionisti, massaggiatori, medici, meccanici in abbondanza.
Non se la passano male i corridori di questi tempi. L'espressione “forzati della strada” è diventata distante dalla realtà come è distante un velocista da Jonas Vingegaard al termine di una tappa dolomitica.
Eppure c'è ancora qualcosa di attuale nel reportage di Albert Londres dalle strade del Tour de France. Solo che si è ribaltato tutto. Ora solo le corse a essere nella condizione dei ciclisti d'un tempo. Soprattutto una, il Giro d'Italia. Il Giro è “la forzata dell'assenza”, tutto ciò che accade nelle tre settimane di gara subisce il confronto, assai impietoso a dire il vero, con quello che non c'è, o meglio con chi non c'è. Ossia gran parte del meglio dei migliori corridori in circolazione.
Quello che abbiamo visto quest'anno è stato un Giro d'Italia non memorabile, eppure non di infima qualità. Ci sono state tappe appassionanti – quella che si è conclusa ad Andalo su tutte, ma pure la frazione dolomitica che arrivava ai Piani di Pezzè, quelle di Potenza che ha ribaltato la classifica, di Chiavari e del Piancavallo –, altre nel quale lo spettacolo offerto dai corridori è stato di buon livello, qualche giornata dove nulla di significativo poteva accadere e nulla di significativo è accaduto. In tre settimane di corsa va così sempre. Anche al Tour de France, sempre più la corsa delle corse (almeno per quanto riguarda i grandi giri), va così.
Certo poteva essere forse disegnato meglio, ogni giro può essere disegnato meglio; certo c'erano troppi arrivi in salita e gli arrivi in salita sono soliti essere un'ottima scusa per rimandare a dopo ciò che può essere deciso prima; certo siamo abituati a classiche nelle quali si fa fatica anche ad abbandonare il divano per recarsi al gabinetto, ma una classica è corsa da una botta e via, il Giro invece è una lunga relazione ciclistica di tre settimane.
Ogni difetto del Giro è però amplificato dall'assenza in corsa di chi, per il nome e cognome che ha e per quello che ha fatto vedere nelle scorse stagioni, riesce ad attrarre attesa e, soprattutto, speranze di attacchi.
Ogni tappa del Giro è stata caratterizzata dalla mancanza. Dalla non presenza di quei corridori ai quali ormai affidiamo, per un motivo o per l'altro, incontrastata fiducia per la lotta nelle tre settimane di corsa: Tadej Pogačar e Remco Evenepoel. Di chi abbiamo appena imparato a conoscere, ma che già ha fatto intravedere possibilità di essere un nome e cognome buono per podi finali: Paul Seixas. Soprattutto di quelli chi è capace di affrontare le tappe di una corsa di tre settimane come fosse una sommatoria di corse di un giorno soltanto: Mathieu van der Poel, Wout van Aert, Mads Pedersen, Ben Healy, Julian Alaphilippe (nonostante gli anni che si sono sommati lo abbiano reso meno invadente), Tom Pidcock. E pure di quei corridori che un posto tra i migliori, che sia in classifica generale o nel corso di una tappa poco importa, riescono a trovarlo con tenacia e faccia tosta: Isaac Del Toro, Oscar Onley, Florian Lipowitz, Tobias Halland Johannessem, Jonas Abrahamsen, Kévin Vauquelin.
Nemmeno la presenza di un campione come Jonas Vingegaard è riuscito a rendere il Giro d'Italia un Giro di presenze e non soltanto di assenze. Il danese era venuto per vincere, ha vinto. Lo ha fatto con il piglio dei migliori, gestendo bene le tappe, attaccando quando ne sentiva la necessità.
Quello del danese però è stato percepito come un compitino. La presenza altrove di Tadej Pogačar, i ricordi del suo dominio al Giro di due anni fa, continuano ad imperare in una corsa che subisce un divario sempre maggiore con la maestosità ciclistica, economica, di immaginario, del Tour de France. Il fatto di non avere un corridore italiano capace di competere per la maglia rosa fa il resto. Giulio Pellizzari è un atleta di grande talento, ma forse non ancora pronto per sopportare l'attesa di un intero movimento che è da anni che va cercando una sorta di messia capace di mascherare tutte le sue fragilità.
La Francia è nella stessa nostra situazione, almeno ciclisticamente. La Francia però ha il Tour de France e il Tour de France è una calamita enorme di interesse mediatico e ciclistico.
Il Giro è sempre stata una corsa meno attraente del Tour, ma essendo l'Italia una potenza ciclistica capace di generare campioni e ottimi corridori quasi a getto continuo, questo divario è passato spesso in secondo piano. Ora che l'Italia non è più una potenza ciclistica questa distanza assume ogni anno che passa una grandezza maggiore.
Gli organizzatori del Giro e, gran parte dell'Italia dello sport, però continua a voler ignorare questo. Anno dopo anno prova a imitare il Tour per durezza e per percorsi, cerca di rendersi attraente per i grandi nomi della classifica, non riuscendo però a essere davvero convincente. Tralascia soprattutto chi potrebbe davvero renderlo interessante, farlo avanzare nel gradimento di appassionati e corridori, ossia quelli che le grandi corse a tappe le vivono alla giornata, andando in cerca di gioie piccole un giorno dopo l'altro. La “dittatura” del dislivello tiene lontani questi artisti della botta e via, non convince però i grandi interpreti delle tre settimane. Il Giro è a un punto di stallo, deve decidere cosa vuole diventare.
Noi restiamo seduti in cima a un paracarro e continuiamo a pensare agli affari nostri. Attenderemo un nuovo Giro perché, nonostante tutto, non ne sappiamo fare a meno, anche solo per polemizzare. E chissà che un giorno, tra una moto e l'altra oltre a quel silenzio non sappiamo descrivere non arrivi una nuova musichetta che ci stupisca di nuovo: Tiattiattira tiattiattira tiattiattira tiattiatià.
