Sport
Il Foglio sportivo •
Il contagio della vittoria nel tennis italiano
Sinner ha cambiato il tennis italiano non solo con i risultati, ma con l’esempio. Dopo di lui Cobolli, Arnaldi, Darderi, Musetti e Berrettini sembrano aver imparato a credere nella vittoria. E Il lavoro della Federazione ha contato
6 GIU 26

Jannik Sinner (foto Ansa)
Non so cosa succeda fuori dal campo da tennis, non so bene se i giocatori si frequentino o meno, non so neanche se si vogliono bene, se si stimano come sembra oppure se è solo una facciata. So poco di tutto questo, però noto che il fenomeno italiano del tennis si sta espandendo come una sorta di epidemia. Uno condiziona l’altro, in una catena lunghissima di vittorie che ci ha portato ad avere un finalista a Parigi (nelle foto Getty Cobolli e Arnaldi) nonostante il ritiro prematuro di Sinner. Se “il vecchio” Berrettini non si facesse male ogni volta, così come Musetti, potremmo avere anche 4, 5 giocatori tra i primi dieci del mondo. Che cosa è successo al nostro classico prototipo di tennista svogliato, sempre stanco, impaurito? Quello con la scusa pronta a giustificare la sconfitta, quello con “le spallucce vittimiste… che perdono sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net… per colpa di qualcuno mai per colpa loro”, come recitava Nanni Moretti nel celebre Aprile.
Dicono ci sia stato un lavoro in profondità da parte della Federazione guidata da Angelo Binaghi, il presidente in carica dal 2001. È certamente così. Binaghi è stato un buon giocatore, poi un laureato in ingegneria. Ha combinato conoscenza agonistica a rigore (un ingegnere è sempre un rigorista). Ma credo ci sia dell’altro, una sorta di trasmissione del talento, la definisco così, in forma certamente impropria. Con Sinner si è scatenata una tempesta, forse di atomi, forse di foglie miracolose nel vento, non so, un intreccio quantistico di particelle in grado di provocare un fenomeno, un vero e proprio fenomeno a cui non è possibile dare una spiegazione troppo lontana dalla fede. I ragazzi italiani hanno cominciato a credere, a credere in se stessi (se ce l’ha fatta lui…), a credere nei propri genitori che li hanno spinti a insistere (papà Cobolli, papà Darderi), a credere nei materiali a disposizione (racchette magiche), a credere meno in Dio (di quella credenza molto superstiziosa e quindi falsa) e più nei propri allenatori (guru dalla zazzera lunga), a credere nelle proprie fidanzate (bionde o more), a credere che una rincorsa più lunga (il classico sacrificio) potesse esercitare sull’esito sportivo un effetto taumaturgico, salvifico; vinco e mi salvo l’esistenza.
Sinner ha spinto tutti a determinarsi, con il suo fare distaccato e lontano e proprio per questo efficace. I Cobolli, gli Arnaldi, i Darderi, i Berrettini, i Musetti, sono diversi da lui, così espliciti, eppure cominciano ad assomigliargli nella ricerca costante, pervicace e quasi mistica della vittoria. Sinner ha provocato un contagio da cui ormai non guariremo più. Il tennis ci ha reso immortali. Il nostro Dio ha i capelli rossi e forse un giorno, scenderà dalla croce.
