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A canestro •
La febbre per i Knicks ha trasformato anche New York
Stasera, dopo un digiuno infinito, le finali Nba torneranno nella Grande Mela: biglietti alle stelle, grattacieli in tinta, l’euforia di milioni di tifosi sparsi per le strade. E al Garden ci sarà anche Trump

Come un totem al centro di Manhattan, ogni notte l’Empire State Building s’accende e irradia dall’alto l’umore della città. Di base il suo fascio di luce è bianco dorato, ma spesso – più volte al mese – si tinge dei colori della ricorrenza di turno in calendario: dal verde brillante di San Patrizio alla livrea statunitense per l’Independence Day. Nell’ultima settimana, l’abito da sera dell’Empire è fatto di arancio e blu. Si diffonde per emanazione fino allo skyline circostante, generando un’anomala frenesia cromatica e un fantastico colpo d’occhio dal cielo. È una forma contagiosissima di New York fever, la mania civica scatenata dai Knicks in vantaggio per 2-0 nelle Nba Finals contro San Antonio. E quando si dice che uno storico evento sportivo è in grado di fermare perfino una megalopoli, ecco il dato più limpido per spiegarlo: secondo la polizia locale, quando Jalen Brunson e compagni sono scesi in campo nel corso di questi playoff, il tasso di criminalità all’interno della Grande Mela è sceso del 78 per cento. Superpoteri da eroi della Marvel, o semplicemente da giocatori in missione.
È innanzitutto il quadro storico a giustificare un entusiasmo cestistico senza precedenti recenti, da queste parti. L’ultima volta in cui i Knicks vinsero l’anello Nba fu nei giorni dell’inaugurazione delle Twin Towers: correva l’anno 1973. Era un’altra epoca urbana, con altre forme, strutture demografiche e una nuova ondata di grattacieli – emblema di rilancio economico e culturale – dopo il boom verso l’alto di inizio Novecento. L’ultima volta in cui i Knicks arrivarono alle Finals, poi perdendole proprio contro gli Spurs, capitò invece nel 1999: erano i tempi di Friends in tv, di Patrick Ewing sotto canestro, di un’immagine di Manhattan vibrante e positiva che sarebbe stata spazzata via di lì a poco in una mattinata d’inferno. Anche la New York del basket ripartì poi da ground zero, per oltre due decenni avari di soddisfazioni. Da qualche stagione è infine sbocciata una rinascita tecnica progressiva e costante, sulle spalle di alcuni giocatori chiave. E con l’arrivo di Mike Brown in panchina i Knicks stanno compiendo il salto di qualità nell’unico momento che conta.
Dunque succede che stasera Manhattan non solo si ritrova ad ospitare le sue prime Finals da oltre un quarto di secolo. Ma lo farà con New York già avanti nella serie, a due sole partite dal titolo, dopo aver macinato record su record in questa postseason: gli arancioblù vincono da 13 gare di fila, con uno scarto medio di oltre 21 punti, sfoggiando una pallacanestro splendida da vedere e dalle infinite risorse mentali. È un biglietto da visita sconcertante, anche più forte della cronica disillusione collettiva. Da settimane gli oltre 4 milioni di tifosi dei Knicks presenti in città – guidati da un vivace manipolo di vip, da Spike Lee a Ben Stiller – sono accalcati nelle piazze, a Central Park, ovunque ci sia un maxischermo. Perché il Madison Square Garden, “la Mecca del basket” finalmente pronta a tornare tale, può contenere al massimo 20mila spettatori. E i biglietti per gara 3 e 4 contro gli Spurs di Wembanyama hanno raggiunto cifre folli: dai 13mila dollari in su. In tale contesto, questa notte ci sarà poi un ingrediente ancora più difficile da gestire: la presenza di Donald Trump sugli spalti – l’arena del basket si trova a pochi minuti di taxi dalla torre-simbolo del presidente alle origini del suo potere. The Donald ha fatto capire di non volersi perdere la partita per nulla al mondo. E per questo la città di New York adotterà dei provvedimenti di sicurezza supplementare, dentro e fuori dal Garden. Su tutti, il blocco del traffico stradale e la sospensione del tradizionale watch party nei dintorni della struttura – dove i fan in eccesso sono soliti riunirsi.
Insomma, Midtown sarà blindata come per il più teso dei summit globali. Ma a New York il basket è sempre stato una cosa seria: più di qualcuno se n’era dimenticato, in tanti non l’avevano mai vissuto. Mentre gli addetti ai lavori sistemano il parquet del Garden, col logo dei Knicks sovrapposto al trofeo Nba, i tifosi continuano ad affermare che “tutto questo non può essere vero”. Serviranno altre due genialate di Brunson per cambiare il destino di una squadra. E fissare per un’estate intera i colori dell’Empire.