Oltre le gufate c’è di più. Guida totalmente non necessaria ai Mondiali

Vedere la Coppa del mondo con il Curaçao e senza l’Italia non sarà facile. Ma per governare la frustrazione occorre trovare scuse per tifare qualcuno

11 GIU 26
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Arrivano i Mondiali, lo sappiamo, arrivano con dolore, per chi tifa Italia, arrivano con un po’ di piangina, come si dice, con molte cartucce pronte a essere utilizzate, per i tifosi tristi, sconsolati e abbandonati, e il massimo della vita, anche quest’anno, per molti di noi sarà gufare contro chi non si ama (come si dice in francese tanti auguri, cugini belli?). I tifosi italiani, oltre che godersi lo spettacolo, quando ci sarà, e vedere sfilare ai Mondiali Qatar, Haiti, Capo Verde, Curaçao e non l’Italia sanno che sarà uno spettacolo un po’ così, e per questo cercheranno di trovare un po’ di Italia sparpagliata qua e là. Non si può non tifare per il Brasile di Carlo Ancelotti, naturalmente. Si può guardare con un po’ di diffidenza ma non troppa antipatia la Turchia di Vincenzo Montella e l’Uzbekistan di Fabio Cannavaro. Ma se ci si concentra un istante e si ha la pazienza di scorrere tra le liste dei convocati ai Mondiali si troveranno in giro piccole e meravigliose storie che ci offriranno l’occasione di scaricare il nostro tifo represso verso obiettivi diversi dal patriottismo strozzato.
Abbiamo cercato, con la lente di ingrandimento dell’antimoralismo, ragioni non sportive, e totalmente non necessarie, unnecessary, per innamorarci di qualcuno, per seguire i Mondiali con uno sguardo extracalcistico. E la nostra pazza e irresponsabile ricerca ci ha consegnato alcune piccole storie da sballo su cui scaricare la nostra attenzione, per tifare qualcuno in assenza di un tifo patriottico, sovrano, nei momenti di tristezza. Bisogna naturalmente tifare per Luka Modric, capitano della Croazia, cresciuto nella guerra balcanica, che davanti all’invasione russa dell’Ucraina quando ne ebbe l’occasione, nel 2022, non fece il neutrale da salotto: “Ho vissuto la guerra e non la auguro a nessuno. Fermiamo questa follia”. Bisogna tifare per Thomas Tuchel, oggi commissario tecnico dell’Inghilterra, che nel 2022, da allenatore del Chelsea, rimproverò pubblicamente i tifosi della sua squadra che, in un’occasione, durante un minuto di silenzio in solidarietà dell’Ucraina, dopo l’invasione, usarono il tributo all’Ucraina per cantare “Abramovich-Abramovich”, proprietario russo del Chelsea: “It was not the moment to do this”, disse. Bisogna tifare per Harry Kane, capitano dell’Inghilterra, attaccante del Bayern Monaco, che da anni si spende in prima persona non solo genericamente contro il razzismo ma contro l’antisemitismo dilagante (già nel 2020 accettò di prestare il suo volto per un video per l’Holocaust Memorial Day, prodotto dal National Holocaust Centre and Museum e da Jewish News, in cui alcuni grandi nomi del calcio inglese invitarono a non restare in silenzio davanti a razzismo e antisemitismo).
Bisogna tifare anche per Alphonso Davies, capitano del Canada, nato in un campo profughi in Ghana da genitori liberiani fuggiti dalla guerra civile, cresciuto in Canada, diventato stella del Bayern, ambasciatore Unhcr, pronto a far impazzire i Vannacci del calcio (oltre che il nostro amico Jack O’Malley: qualcuno li ha mai visti insieme in una stessa stanza? Noi no). Bisogna tifare per Marc Guéhi, che è diventato un caso in Premier perché, sulla fascia arcobaleno, tempo fa, ha scritto messaggi cristiani come “I love Jesus” e “Jesus loves you”, e quando la FA lo ha richiamato all’ordine è rimasto sul punto: ha detto di non volersi vergognare della propria fede, la fede cattolica, e ha rivendicato uno spazio pubblico di dissenso, tra la politica dell’inclusione, senza sfumature, e la libertà di manifestare una forma di dissenso civile, non estremista.
Bisogna osservare con interesse il caso di Lucas Paquetá, brasiliano, travolto da un caso scommesse, caso poi ridimensionato, che Ancelotti ha scelto di convocare, sfidando il pensiero unico manettaro e moralista. Bisogna osservare con interesse anche il caso di Achraf Hakimi, terzino destro fenomenale, ex Inter ora Psg, convocato dal Marocco nonostante un processo per un’accusa di stupro che lui respinge: la presunzione di innocenza funziona meglio in Marocco che in Italia. Bisogna poi osservare con necessaria simpatia antimoralista l’Inghilterra che ha rivendicato, in perfetto stile De Gregori, con i vertici della sua Federazione, il diritto di non sentirsi in dovere di prendere posizione su qualsiasi cosa riguardi Trump. Non per simpatia trumpiana, ma per rifiuto del ricatto: o denunci tutto o sei complice.
Bisogna poi ovviamente tifare per Neymaril fenomeno non atletico, acciaccato, geniale, irregolare, considerato, dai moralisti, troppo divo, troppo poco serio, troppo poco simile a un Ronaldo, a un Messi, troppo estroverso, dunque, ma che incarna, sempre se riuscirà a giocare, un piccolo antidoto contro il puritanesimo atletico, per così dire, un argine contro l’idea del calcio in cui l’atletismo viene prima del talento e l’essere sbandati non possa essere compatibile con l’essere campioni.
Non vedere l’Italia ai Mondiali non sarà semplice, lo sappiamo, siamo frignoni e non ci vergogniamo. Ma trovare qualche scusa per innamorarci dei Mondiali anche per ragioni non sportive, totalmente non necessarie, può aiutarci a trovare qualche ragione in più per superare la frustrazione e goderci lo spettacolo. Viva il Mondiale. Se è antimoralista ancora di più.