Il Nonno d'America. I Mondiali del capitano degli Stati Uniti, Tim Ream

L’ottimismo radicale del difensore della Nazionale statunitense che a 38 anni ha promesso ai compagni di regalare e regalarsi un'estate indimenticabile

Immagine di Il Nonno d'America. I Mondiali del capitano degli Stati Uniti, Tim Ream

Il capitano della Nazionale americana, Tim Ream (foto Ap, via LaPresse)

Lo chiamano il Nonno, perché come i nonni racconta cose che loro non hanno mai visto ma che vivranno. Tipo il Mondiale di calcio in America. Nessuno degli altri venticinque compagni che gli stanno attorno e che con lui condividono quotidianamente il campo di allenamento, ha ricordi della Coppa del mondo del 1994, quella che finì con la gioia del Brasile e lo sconforto di Roberto Baggio, Franco Baresi e tutta l’Italia. Non hanno ricordi perché non erano nati. L’unico a essere a questo mondo oltre a lui era il portiere con la maglia numero 1, Matt Turner, ma aveva un mese. Il Mondiale americano lo vivranno a breve lui e i suoi compagni con la maglia della Nazionale americana addosso. Sabato il debutto. Potranno raccontarlo un giorno. Intanto ascoltano il Nonno. Anche se parla poco.
Tim Ream aveva sette anni nell’estate di Usa ’94 e se ha fatto il calciatore nella vita fu proprio perché vide quei Mondiali. Anzi “li vissi come una folgorazione che ti cambia la vita”. Non era un fenomeno, non lo è mai stato. Neppure adesso lo è, nonostante sia il capitano della Nazionale americana. Mauricio Pochettino ha spiegato il perché della scelta: “Siamo fortunati ad avere un giocatore come lui, con la sua personalità e il suo carattere. È sempre voglioso di migliorare e in grado di aiutare i giovani”. Lui si è limitato a dire: “È più di un sogno che si avvera”. Poi ha continuato a fare quello che ha sempre fatto: provare a sbagliare il meno possibile, imparare sempre qualcosa di nuovo. Il perché lo spiegò nel febbraio del 2012, poco dopo il suo trasferimento in Inghilterra, al Bolton, in Premier League: “Ogni giorno cerco di imparare una parola nuova. Arricchire il proprio vocabolario tiene il cervello allenato a immagazzinare il più possibile. Se non sei nato Paolo Maldini è l’unico modo che hai per poter giocare a buoni livelli”. Tim Ream non è mai stato Paolo Maldini. Non aveva, non ha, piedi raffinati; non era, non è, veloce. Si è sempre però sforzato di limare i suoi limiti, non ha mai dato nulla per scontato. E mentre gli anni creano problemi ai più, rallentando corpo e riflessi, lui non li ha sentiti passare, anzi lo hanno migliorato.
Foto Ap, via LaPresse
Foto Ap, via LaPresse
Hans Backe, l’allenatore che lo fece esordire in Mls nel 2010, lo descrisse come “un giocatore come tanti, non brillava in niente. Però era curioso, intelligente, disposto ad ascoltare e a imparare. Se è arrivato dove è arrivato è per questo. È sempre stato animato da un ottimismo radicale che gli fa superare qualsiasi problema”. Uno capace di vedere del buono ovunque. “Viviamo in un periodo complicato, ma anche in un momento del genere dobbiamo trovare il modo di cogliere le opportunità. L’avvento di Trump ha senz’altro diviso il paese, ma ci dà la possibilità di capire anche l’importanza dell’unità, dell’andare avanti insieme, di ricordare quando ci sentivamo americani e basta”.
Tim Ream è uno che sarebbe stato perfetto per un film indipendente americano degli anni Ottanta. Uno di quei self-made man che non sono meglio degli altri, ma hanno più voglia di fare e imparare degli altri e alla fine riescono a imporsi. “Andare avanti, non abbattersi, rifiutare il piagnisteo, questo è quello che deve animarci”.
Non si è abbandonato al piagnisteo nemmeno quando l’ex ct degli States, Gregg Berhalter, lo escluse dalla Nazionale nel 2021. Berhalter lo considerava finito, oltre a essersi legato al dito una mancata risposta a una convocazione “per motivi familiari”. Motivi veri: suo figlio stava male. Ci ripensò un anno dopo, al momento delle convocazioni per i Mondiali del 2022 in Qatar. Lo chiamò per chiedergli se fosse disponibile a tornare. Tim Ream ascoltò, si prese qualche giorno per riflettere. Aveva già organizzato un viaggio a Disney World, l’aveva promesso ai suoi figli. Si chiese: “Sono disposto a non mantenere la parola data ai miei figli? A essere così egoista?”, raccontò al New York Times. Ritenne fosse giusto che la decisione fosse presa dalla sua famiglia. Gli domandarono: “Se è una occasione così importante sei disposto a lasciartela sfuggire?”. Promise loro che avrebbe giocato sempre. Rispettò la parola data.
A 38 anni vuole mantenere un’altra promessa, quella fatta ai suoi compagni: rendere indimenticabile questa estate. Perché “l’importante è non dare mai nulla per scontato e non possiamo dare per scontato che in campo rappresenteremo gli Stati Uniti e che questo paese siamo noi, il mondo in una nazione, il luogo dove tutto era possibile e non può non esserlo ancora”.