L’ossessione (una malattia) dei giornali che dipingono il “malo Mondiale” che invece non c’è

Il torneo delle Americhe avrà molti difetti, dal gigantismo della formula alla qualità abbassata dall’allargamento a 48 squadre. Ma trasformarlo nel “Mondiale di Trump” è l’ennesima ossessione politica travestita da analisi calcistica

12 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 06:04
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Foto Ansa

Per una volta ci allineiamo alla Gazzetta rosa, che ha elencato “quindici buone ragioni” per godersi il bel Mondiale delle Americhe. Persino in sintonia con Aldo Cazzullo, che ha ben argomentato: “Quello che comincia non sarà il Mondiale di Trump”, perché “il calcio batte la politica”. Sarà un Mondiale persino innovativo (grazie Infantino) in cui saranno tagliati gli scampoli di noia: 5 secondi per battere la rimessa in gioco, il più insopportabile momento morto dell’anti calcio. A garantirci la noia della mancanza di idee rimangono però gli inconsolabili giornalisti che riempiono pagine con l’unico tema che gli importi: come è cattivo Trump. E peggio di lui il suo burattino della Fifa. C’è anche chi sui social, stimati colleghi, scrive “prima o poi uccideranno la nostra passione per il calcio”. Forzature retoriche, che dette una volta vanno bene. Alla quinta sono costretti a trascurare e travisare persino i fatti. 
I fatti dicono che sarà il torneo con più nazionali di sempre, giocato in tre paesi, 104 partire in 39 giorni per mettere in scena ben 17 miliardi di valore-giocatori. Impianti e logistica di livello. Poi c’è Trump, va bene. L’Equipe ha fatto una cover tra razzismo malaffare e guerra civile che “La Honte” per le banlieue in fiamme dopo la vittoria in Champions del Paris; Spiegel ha una caricatura con il titolo “Il guastafeste”. Ma da qui a scrivere, come Emanuela Audisio, “Welcome, per niente. Andare sulla Luna forse è più facile. Malvenuti nel Mondiale più pazzo del mondo, così obeso che fa fatica ad aprire le porte. E il più ricco, il più caro, il più diffuso, il più sconfinato, il più controverso, ma soprattutto il meno pacifico”, ne passa. L’ossessione è peggio della malattia. In altro articolo di Rep., che per attaccare Infantino chiama persino in causa il suo specchiato predecessore Sepp Blatter, a proposito dell’arbitro somalo (idiotissimamente) cacciato si riesce a insinuare, on sprezzo del ridicolo, che Trump potrebbe cambiare le regole del calcio se un arbitro fischiasse un rigore contro gli States. Al tempo di Byron Moreno queste follie erano riservate a Biscardi. 
Detto per chiarezza: Infantino non è la nostra tazza di tè, l’idea di trasformare i Mondiali in una specie di Assemblea dell’Onu in cui ogni nuovo arrivo abbassa la qualità solo per gonfiare la platea televisiva e (non ultimo) quella dei paesi elettori si è rivelata da tempo un disastro; aver assegnato i mondiali all’America di Trump oggi sembra follia, ma nel 2018 nessuno lo avrebbe certificato. In ogni caso, peggio di lui fece Blatter, che assegnò il torneo a Putin e quello dopo al Qatar: non “ha stato” Trump, e nemmeno Infantino.
Ma l’idea che stia accadendo qualcosa di terrificante – per ora no, persino il ct dell’Uzbekistan Fabio Cannavaro ha minimizzato il pandemonio sui controlli antidoping all’aeroporto – è pervasiva. Il capocronista sport della Bbc, Dan Roan, è diventato d’un tratto il nuovo Assange, il nuovo Woodward & Bernstein in una sola persona, per una domanda persino banale, ma politica, sparata contro Infantino: “Non è imbarazzato da ciò che sta accadendo? Deve ammettere di aver perso il controllo del suo stesso torneo?”. Perbacco, che cosa sta mai accadendo? Il boss della Fifa ha risposto, malaccio, che è meglio “stare calmi”, eccetera. Normale ipocrisia. Eppure Roan, firma importante, dovrebbe ricordare che per Qatar 2022 la sua Bbc scelse una linea editoriale durissima, non trasmise neppure la cerimonia di apertura; condusse una campagna di reportage e approfondimenti sulla corruzione per l’assegnazione dei tornei, sui diritti umani violati dei lavoratori e i diritti delle donne e LGBTQ+. Gary Lineker, prima di essere cacciato dalla Auntie per antisemitismo, disse che era lì “to report, not support”. Francamente per ora, finché non vedremo un agente dell’Ice placcare un attaccante (Black o Beur) della Francia, la situazione etico-politica del torneo sembra meno grave di quanto fosse in Qatar e pure in Russia. Mondiali meno inclusivi di questi, se tutto si riduce ai visti o all’ospitalità dell’Iran. Non è necessario dire che sarà tutto bellissimo.
Basta un minimo di adesione ai fatti. Un uomo di calcio di rara intelligenza come Zibi Boniek alla Stampa ha detto cose sensate. Che sul caso dell’arbitro rispedito a casa “si è superato il limite”, ma mentre la Uefa, non proprio specchiata, di Ceferin ha già invitato retoricamente Artan a dirigere una finale europea (faranno anche “take a knee”?), lui con disincanto ha anche notato che Omar Artan ha ringraziato la Fifa: “Essere dentro il sistema significa guadagnare e mantenere l’approvazione”. Ha detto che un Mondiale a 48 è una pessima idea, che si abbassa il livello, “il contrario delle Olimpiadi che mettono minimi di qualificazione sempre più restrittivi.”.
Ci sono molti motivi per guardare con occhio critico il Mondiale delle Americhe. Per le ossessioni malmostose, girate su La7.