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Alberta Santuccio dall'oro (a squadre) di Parigi 2026 all'Europeo
La schermitrice si è persa e ritrovata: “Questo sport è soprattutto testa. Ho capito che al centro di tutto, prima della sportiva, deve esserci l’Alberta donna, devo stare bene come persona”
13 GIU 26

Alberta Santuccio (foto Ansa)
Nata sotto il segno della determinazione. La tempra di Alberta Santuccio è uno dei valori aggiunti che l’accompagna in pedana, insieme a riti scaramantici come gli orecchini che indossa sempre, regalo del nonno scomparso e suo primo fan e un peluche di Winnie the Pooh che è con lei dalla prima gara: “I riti aumentano con il tempo, ho contagiato pure il mio maestro”. La spadista azzurra, fresca campionessa italiana e oro olimpico a squadre a Parigi 2024, ha attraversato momenti difficili. Ha dovuto, come racconta lei stessa, “perdersi per poi ritrovarsi”. La siciliana ora si prepara agli Europei di Antony (Francia, 16-21 giugno) e poi al Mondiale.
“Questa è la mia stagione migliore, frutto di maturità e consapevolezza che penso di aver acquisito dopo Tokyo… le Olimpiadi hanno qualcosa di magico, ti fanno crescere. Dopo il 2020, ho sviluppato piccole certezze che mi hanno portato a Parigi e l’oro ha dato quel quid che mi ha condotto oggi al successo in due tappe di Coppa del mondo: vincere aiuta a vincere. Per Europeo e Mondiale le speranze sono alte e questo, in parte, mi preoccupa. Dopo un’annata così è normale aspettarsi qualcosa, ma non voglio che questo pensiero sia predominante: la scherma al 70 per cento è testa. Cercherò di affrontare le gare conscia delle mie forze”. Alla siciliana manca la medaglia individuale del colore più importante, sia a livello continentale che mondiale, ma non è un pensiero fisso, non più. “Ho vissuto momenti non facili, tutto era un’ossessione, un rincorrere qualcosa che porta a sentirsi falliti perché non raggiungi il tuo scopo. Ho capito che le cose arrivano al momento giusto, con allenamento e determinazione, non rincorro più nulla e dopo essermi tolta soddisfazioni con la squadra, punto a una medaglia importante individuale”. A Parigi 2024, con le sue stoccate, ha scritto la storia insieme alle altre azzurre, conquistando il primo oro olimpico della spada femminile: “Eravamo unite: c’erano due siciliane (lei e Fiamingo, ndr) e due friulane (Navarria e Rizzi, ndr), si è creata una sinergia speciale. Abbiamo tirato da squadra, dove non arrivava una c’era l’altra. Ora, ci stiamo ricostruendo: quando va via una persona (Navarria si è ritirata, ndr) devi ricreare gli equilibri e il ct Dario Chiadò sta facendo diverse prove. Non abbiamo ancora trovato la quadra, ma sono certa che ce la faremo”.
La medaglia è stata il coronamento di un percorso in cui ha deciso di cambiare, ascoltando solo se stessa. “Spesso perdersi serve per ritrovarsi. Abitavo in Sicilia, ma sentivo il bisogno di modificare qualcosa. Il brutto della mia regione è che molti iniziano e poi lasciano, vanno via e le palestre si svuotano: mi ero ritrovata in un contesto in cui, prima c’erano Enrico Garozzo, Marco Fichera e altri, poi sono andati via e sono rimasta sola, mancavano gli stimoli. Purtroppo, la situazione dello sport al sud rispecchia ciò che accade nella società, talvolta mancano servizi e infrastrutture. Contro la volontà di tutti, ma sono molto testarda, nel bene e nel male, sono andata a Milano. Schermisticamente non è stata una scelta giusta, ma ho dovuto capirlo da sola e sono cresciuta. Venendo da un contesto ‘familiare’ mi mancava quell’aspetto che ho trovato a Roma con il mio attuale maestro Daniele Pantoni. Ho capito che al centro di tutto, prima della sportiva, deve esserci l’Alberta donna, devo stare bene come persona e con lui ho serenità e qualcuno che crede in me”. Ha ritrovato un ambiente che rievoca casa e quella macchina con cui la mamma, tutti i giorni, l’accompagnava agli allenamenti da Catania a Siracusa.
“Ho iniziato a 7 anni grazie a mio fratello e la mia famiglia mi ha sempre sostenuto. Fino ai 9 anni non potevi fare gare ufficiali ma ero già molto competitiva e mi portavano ovunque per farmi tirare: ho fatto una gara in cui ero l’unica bambina tra i maschi, finii seconda. Il tragitto con mia mamma lo ricordo con un sorriso, la macchina era quasi diventata casa: facevo i compiti, mangiavo, dormivo, ci raccontavamo cose, discutevamo, era una piccola realtà”. Lì è nata la tenacia, quell’attitudine che molti le invidiano e ammirano. “Forse, sarò cinica, ma mi hanno conquistato i risultati. Non amavo gli allenamenti, tanto che il mio primo maestro ucraino mi chiamava ‘festicina’: preferivo le feste ma vincevo. Oggi è lavoro e continuo per l’adrenalina che provo”. Non c’è però solo la scherma e questo l’ha capito grazie allo studio, con una laurea in psicologia. “È stata una salvezza quando mi ero persa: non volevo che lo sport fosse il mio unico pensiero, volevo saper fare altro”.
