“Si può vincere anche con i giovani”. Intervista a Fabio Pecchia

Ha allenato in giro per il mondo e lanciato Kean a 17 anni in Serie A. "L'Italia ha un problema di sistema che non si risolve cambiando ct. Qualcosa è stato fatto ma è troppo poco per valorizzare ciò che abbiamo"

13 GIU 26
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Fabio Pecchia (foto Ansa)

È affascinante parlare di calcio con Mister Pecchia, uno che ha già allenato a diverse latitudini, in quattro nazioni e due continenti e ha fatto debuttare Moise Kean a 17 anni in Serie A.
Dopo una carriera di tutto rispetto in Italia come calciatore in 15 squadre di club. In Serie A conta 337 presenze e 41 gol.
Com’è Fabio Pecchia da allenatore?
“Uno che crede da sempre nei giovani. Per farli giocare non ci vuole coraggio, come dice qualcuno, ma solo la consapevolezza che con loro si deve affrontare un percorso di alti e bassi. Possono però dare grandi soddisfazioni e anche garantire vittorie”.
Si riferisce alle tre promozioni in Serie A con Verona, Cremonese e Parma?
“In tutte e tre le piazze le società hanno puntato sui giovani da valorizzare, ma i ragazzi hanno superato le aspettative. In particolare nel 2022 a Parma, dove ho avuto anche giocatori provenienti da 17 nazionalità diverse, siamo riusciti a creare un bel progetto che ci ha permesso di stare in testa alla classifica per tutto il campionato”.
Da noi fa un certo scalpore che l’Inter abbia puntato su un ventenne come Pio Esposito che è già nel giro della Nazionale…
“I giovani meritano spazio; è un peccato vedere ventenni nel campionato Primavera. A quell’età devi già essere in prima squadra. Pio è l’eccezione ma dovrebbe essere la regola. A Verona ho fatto debuttare in Serie A a 17 anni Moise Kean. Aveva le qualità e gli abbiamo dato l’opportunità. Oggi è uno dei bomber più affermati del nostro campionato”.
L’allenatore al quale si ispira?
“Faccio tre nomi: Gigi Simoni, Carlo Ancelotti e Rafa Benítez. Per la loro capacità di guardare all’aspetto umano prima che sportivo. Fondamentale la fase di apprendimento, poter fare da secondo a grandi maestri di questo mestiere. Nel mio caso aver lavorato come assistente di Benítez, un grande del calcio mondiale, mi ha insegnato molto.
Un’esperienza che inizia a Napoli…
Nel 2013 Rafa viene chiamato da Aurelio de Laurentiis e mi vuole al suo fianco. Con lui mi trasferisco poi al Real Madrid e al New Castle. Liga e Premier due esperienze fantastiche”.
Ci racconti un po’ questo viaggio ai vertici del calcio iniziamo dal Real, dal Bernabeu…
“Quando lavori nella Casa Blanca capisci di essere finito al centro del mondo calcistico. Non è una squadra, non è un club è un posto dove qualunque cosa fai ha un riverbero mondiale”.
Quali campioni la hanno impressionata di più in allenamento a Valdebebas…
“Più che allenare calciatori di questo livello è importante saperli gestire… Sono professionisti assoluti vedi Modric, Kroos, Sergio Ramos, Benzema, Bale ecc. tutta gente esigente con sé stessa prima che con gli altri per non parlare di Cristiano Ronaldo”.
Parliamo, invece, del portoghese…
“Allenarlo è un piacere. Va oltre al professionismo è un maniaco, vuole essere sempre il numero uno. Questa sua determinazione feroce spiega perché è da vent’anni un protagonista assoluto. Del resto per reggere 70 partite all’anno con il club più la Nazionale ci vuole un’autodisciplina e una autodeterminazione feroce e lui, da quello che vedo, l’ha ancora…”.
Dal Madrid a Newcastle… com’è la Premier?
“Una cosa fantastica, unica. Giocare al St. James Park ti dà un’adrenalina incredibile. In Inghilterra davvero il calcio è prima di tutto una festa a prescindere dal risultato. Ricordo quella volta che andammo a Birmingham per sfidare l’Aston Villa, squadra retrocessa già da un mese. Pensavo a una partita semplice. Quando siamo entrare al Villa Park c’erano 40 mila persone, un’euforia incredibile. Mai visto”.
A proposito di esperienze uniche, ha allenato anche in Giappone…
“Sono stato per sei mesi all’Avipsa Fukuoka nel sud del paese. Sono affascinato dalla cultura nipponica e la volevo conoscere. Il dato più importante è il senso di rispetto per le persone e per le cose che esiste da quelle parti. Dal punto di vista calcistico hanno voluto imitare la Spagna dando grande importanza alla tecnica di base. Ma come sempre il calcio è figlio della cultura di un paese e loro ripudiando l’individualismo e puntano tutto sul collettivo”.
Parlando di Nazionali, cosa pensa del disastro degli Azzurri…
“Abbiamo un problema di sistema che non si risolve cambiando un allenatore. Qualcosa è stato fatto anche da noi, ad esempio la nascita delle seconde squadre (nel 2020 Pecchia ha allenato la Juve Under 23 vincendo la Coppa Italia di categoria ndr) ma è troppo poco per valorizzare i giovani”.
In Italia i tifosi hanno poca pazienza…
“Lo capisco. Nella nostra cultura anche calcistica c’è il risultato, abbiamo vinto quattro Mondiali difficile fare piani a lunga scadenza, ma non ci sono scorciatoie per costruire i giovani serve tempo…”.
Per qualcuno la scelta di Baldini di schierare in Nazionale i giovanissimi dell’Under 21 è solo una provocazione…
“Per me si tratta di una bella, bellissima opportunità per tanti giovani che arrivano dai nostri vivai”.
Quanto è difficile lavorare in questo calcio globalizzato con proprietà straniere e giocatori che vengono da tutto il mondo…
“Difficile, ma affascinante. Serve una mentalità nuova e un’apertura al multiculturalismo. Ho lavorato in squadre che avevano in rosa solo 3 o 4 italiani, ma si deve comunque fare una squadra e condividere gli stessi valori. Non facile con i giovani di oggi. Bisogna anche capire le esigenze di questi ragazzi, il mondo dove vivono. Non si possono riproporre gli allenamenti che facevo quando giocavo. Bisogna accendere sempre la loro curiosità, dagli stimoli, presentare una varietà di proposte...”.
Da dove riparte Fabio Pecchia?
“Da una sfida stimolante, magari con giovani di qualità”.