Stupor Kimi: col suo talento riscrive le regole

Tutto viene facile ad Andrea Antonelli, giovane promessa della Mercedes, che incarna l'evoluzione della Formula 1. Ma c’è chi rimpiange le corse di una volta. Un viaggio generazionale in un libro

15 GIU 26
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Foto Epa, via Ansa

La domanda che tutti si ponevano fino a pochi mesi fa era quanto tempo ci avrebbe messo George Russell a portarsi a casa il suo primo titolo mondiale. La Mercedes si presentava infatti all’inizio del campionato come l’assoluta favorita e le uniche incognite secondo Russell erano rappresentate da una Ferrari fortemente rinnovata. La McLaren pareva infatti rientrata nell’alveo dei team clienti e Verstappen frenato da una Red Bull ancora in grossa difficoltà. E poi certo, ci stava un certo Andrea Kimi Antonelli, diciannove anni, alla sua seconda stagione in Formula Uno. Russell nemmeno lo considerava. Poi tutto è cambiato, tutto si è rivoluzionato.
Si sapeva che Antonelli fosse forte e si sapeva anche che fosse un vincente per i risultati ottenuti nelle formule minori, ma è in ogni caso riuscito a stupire tutti, nessuno escluso, dai suoi più sfegatati sostenitori fino a quelli che come si usa dire oggi non l’avevano visto arrivare. Dopo un secondo posto alle spalle di Russell al primo Gran Premio è stato un crescendo continuo fino alla quinta vittoria consecutiva nel Principato di Monaco, pista anomala, dove il caso la fa da padrone. E anche qui Antonelli ha vinto anche quando sembrava che tutto si stesse mettendo contro il suo trionfo come spesso capita proprio a Montecarlo: quando tutto sembra deciso il tavolo, si ribalta. I commissari di gara hanno optato per una seconda ripartenza da fermo a una manciata di giri dal traguardo. Hamilton era alle sue spalle, con una Ferrari che se è veloce lo è giusto nella partenza da fermo, ma anche questa volta Antonelli ha tenuto a bada il sette volte campione del mondo inglese e ha tagliato il traguardo da vincitore assoluto.
Ogni parametro sembra così saltare, in Formula Uno così come nell’industria automobilistica che la presiede. I brand europei annaspano di fronte a quelli cinesi, e chi prima deteneva ogni primato lo sta rapidamente perdendo. Antonelli non è che l’apice e la parte più bella di una rivoluzione che rischia di scombinare e di molto le carte a partire dal concetto non solo di corsa automobilistica, ma anche di automobile. Se la Ferrari Luce ha destato non pochi dubbi sulla capacità di Maranello di sapere interpretare il futuro ecco che invece Andrea Kimi Antonelli, nato a Bologna il 25 agosto del 2006, ovvero due settimane prima che Michael Schumacher annunciasse il suo abbandono dalla Ferrari, il futuro se lo sta prendendo a piene mani, senza dubbi, con una consapevolezza insieme adulta e giovanissima, quella di chi sa con chiarezza che nulla è più serio di un gioco.
La Formula Uno si è presentata al via della stagione 2026 con un regolamento che impone monoposto spinte al 50 per cento da termico e al 50 per cento da elettrico. E subito i malumori tra appassionati ed esperti si sono levati di fronte a un mix che sembra generare più aspirapolveri da competizione che vere auto da corsa.
Nessuno però aveva fatto i conti con il giovane pilota bolognese che dopo un anno di apprendistato sembra aver compreso meglio e prima degli altri le potenzialità delle nuove monoposto, ponendosi alla testa di una schiera di giovanissimi piloti ormai evidentemente in grado di competere con i vecchi leoni della massima serie. Antonelli, grazie anche alla più competitiva Mercedes, mostra il suo talento vincendo, ma non sembrano essere da meno Gabriel Bortoleto, Oliver Bearman, Isack Hadjar (terzo a Montecarlo) e Arvid Lindblad, tutti parte di una generazione che ha assimilato come elementi naturali dell’essere piloti elettronica e sedute di simulazione.
Il gran capo della Formula Uno, Stefano Domenicali, uno nato a Imola e quindi cresciuto a lasagne, tortellini e Ferrari, dove ha ricoperto il ruolo di team principal, indica anche un obiettivo: rendere il motorsport contemporaneo e quindi affine alla sensibilità di una platea che vada oltre gli stretti appassionati ormai over cinquanta. C’è poco da fare: i tifosi storici, quelli che ogni inverno si attaccano alle reti di Fiorano, che si deliziano del frastuono romantico di un motore e che si deprimono nello sfiato delle attuali power unit non sono più sufficienti a sostenere il grande circo della Formula Uno.
Così nel bel mezzo di una navigazione che vede l’industria automobilistica europea a rischio naufragio e con una Ferrari – ultima risorsa dell’automobilismo italiano – che appare in crisi d’identità sui mercati e in perenne crisi di prestazioni in Formula Uno, ecco allora arrivare questo diciannovenne che non sembra avere problemi di adattamento e che già alla sua seconda stagione sta dominando la classifica al punto che i paragoni si sprecano a partire ovviamente da Ayrton Senna e da Michael Schumacher. Ma la verità è che Antonelli sta portando la sfida là dove nessuno era mai riuscito prima, non solo per i risultati – che potranno anche non sempre tradursi in vittorie – ma nel portare la Formula Uno e il motorsport in un nuovo tempo fatto di nuovi parametri. L’unico paragone possibile è dunque nella medesima capacità di colorare un’epoca come l’hanno avuta i grandi campioni del passato, ma con un fattore oggi inedito perché la Formula Uno sta vivendo all’interno di un’enorme crisi del mondo dell’auto, uscito da una parabola che offriva una traiettoria definita e tutta occidentale in cui bisogna fare i conti con un nuovo paradigma.
Chi ha corso come Riccardo Patrese negli anni Settanta, Ottanta e Novanta riuscendo a portarsi a casa la pelle e anche non poche vittorie, battendo alcuni tra i migliori piloti della storia dell’automobilismo resta perplesso di fronte a queste nuove monoposto tutta gestione e poca spinta, ma al tempo stesso, come indica nel titolo del suo ultimo libro Da Niki a Kimi (Rizzoli), non ha dubbi sulle qualità di Andrea Kimi Antonelli di cui riconosce le medesime caratteristiche dei campioni da lui affrontati. Tutto cambia insomma, ma il più forte alla fine vince sempre. Ed è solo una meraviglia che oggi il più forte sia un ragazzo di diciannove anni. Per dire, uno che è stato precocissimo come Max Verstappen alla sua età aveva vinto appena un Gran Premio.
Se Senna era ombre e misticismo, se Alain Prost era pensiero e opportunismo e Schumacher forza, fame e anche non poca rabbia, Antonelli è solo semplicità, come quella di chi sta giocando e lo sta facendo – come fanno i bambini – con la massima serietà. Ora non è dato sapere se suo padre e sua madre – che tanto per cominciare non hanno il dono dell’onnipresenza, come capita ai genitori di molti e malcapitati giovani piloti di Formula Uno (povero Lando Norris) – abbiano avuto una visione pedagogica montessoriana, ma di certo non si poteva avere un esito migliore. Là dove i suoi avversari avvertono fatica e disagio lui sembra restituire solo naturalezza, certo grazie a una monoposto eccezionale, ma questa è la regola che da sempre si impone in Formula Uno: nessun campione ha mai vinto nulla con un cancello tra le mani.
Max Verstappen ultimamente ha minacciato più volte il ritiro da una Formula Uno in cui non si riconosce più, arrivando a concedersi nel frattempo di partecipare alla 24 Ore del Nürburgring a bordo di una Mercedes-AMG GT3. Ovvero la gara e il circuito che più di tutti rappresentano un’idea folle, pericolosa e novecentesca di corsa in auto. Su quella pista dalla lunghezza assurda di oltre venti chilometri, nel 1976 ha rischiato di morire Niki Lauda e oggi tra le curve della Nordschleife – che viene aperta a ogni appassionato che voglia misurarsi con la velocità – si assiste a una media di quasi dieci morti all’anno. Uno che di corse (di qualunque tipo) ne sapeva, come Alessandro Zanardi, oggi non potrebbe per regolamento nemmeno osare fare un sorpasso come quello passato alla storia che fece ai danni di Bryan Herta – non proprio uno che passava per caso – al cavatappi di Laguna Seca. Oggi Zanardi, che il cielo lo abbia in gloria, verrebbe sanzionato e rimproverato come uno scolaretto da educare. Si capisce quindi l’insofferenza di Max Verstappen, uno che ha come unico obiettivo quello di andare più forte possibile: arrivare primo e riuscirci ad ogni costo, anche rischiando di pagare prezzi altissimi come testimonia lo schianto terrificante occorsogli a Silverstone nel 2021 mentre tentava di sopravanzare Lewis Hamilton all’esterno di Copse. Cose mai viste direbbe il telecronista.
Tutto giusto insomma, tranne che per un aspetto: il vecchio refrain “un tempo era meglio” alla fine non funziona mai e Antonelli sembra proprio testimoniare questo con il suo coraggio e il suo talento fuori dall’ordinario. Se “un tempo era meglio” il futuro non ti appartiene e questo sembrano averlo capito gli ultra quarantenni Lewis Hamilton e Fernando Alonso, nove mondiali vinti in due, e seppur con non pochi mugugni rispetto a regole e monoposto attuali, ancora corrono alla ricerca di quel gesto e di quel coraggio che li faccia sentire ancora una volta all’altezza della sfida. Entrambi sanno che devono cedere il passo agli occhi frizzanti di Andrea Kimi Antonelli che ha solo – nonostante i disperati tentativi di Russell di mettergli pressione – tutto da vincere e nulla da perdere. Il giovane pilota italiano sembra infatti quello più a suo agio nel gestire e insieme nell’andare forte. I piloti oggi infatti sono chiamati a una continua e pressante analisi dei dati che non si limita solo ai box quando leggono la telemetria con gli ingegneri, ma anche quando sono in macchina a oltre trecento chilometri orari e magari nel bel mezzo di un duello: “Guidare forte, usando la testa come se fosse un processore di ultima generazione non è una passeggiata”, avverte Riccardo Patrese. Il cambiamento dunque è epocale perché coinvolge direttamente il modo di correre, ma senza ridurre l’ebbrezza del rischio. L’obiettivo di ogni pilota è sempre quello di arrivare primo a ogni costo: “Si combatte per i centimetri! Ci si massacra per i centimetri! Quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta”. Lo sapeva Al Pacino, lo sa benissimo Antonelli.
Certo, i piloti delle generazioni precedenti continuano a storcere il naso. Si tratta di campioni che negli anni Novanta hanno vissuto l’apice di uno sport che fu in quegli anni assurdamente potente e disperatamente violento al punto da chiudersi nel botto terribile di Ayrton Senna in quel drammatico primo maggio del 1994. Così tra i primi a contestare le nuove norme un solitamente taciturno Nigel Mansell. Campione del mondo nel 1992, il pilota inglese misura la propria carriera in pezzi unici, roba da gladiatore. Basterebbe citare il sorpasso all’esterno in Messico a Gerhard Berger e quello in rettilineo ad Ayrton Senna in Spagna, là dove tra le due monoposto non si sarebbe potuto infilare nemmeno un foglio. Mansell era uno che se andava bene piegava il volante per eccesso di foga (Giorgio Piola ne fu testimone), un pilota che non si sarebbe certo sentito a disagio a correre con gente come Peter Collins o Juan Manuel Fangio e che ora si esprime in maniera lapidaria: “I sorpassi oggi sono finti” ed effettivamente si farebbe fatica a vederlo correre tra lift and coast, overtake mode, e manettini vari da regolare a ogni curva.
Così, se anche lo stesso Lewis Hamilton non manca di lanciare qualche frecciatina: “Sono old school, preferisco non preparare le gare al simulatore”, ecco che da cinque gare a questa parte Antonelli vince e lascia tutti a bocca asciutta e quando questo accade, come in ogni sport, la ragione sta tutta dalla sua parte. Ci si può lamentare o irritare come succede a George Russell e allo stesso Charles Leclerc, piloti fortissimi che da una vita aspettano l’occasione giusta per vincere davvero e che ora vedono di fronte ai loro occhi il futuro che gli sta passando davanti. Del resto il poco considerato campione del mondo in carica, Lando Norris, l’anno scorso sembrò aver compreso la portata del cambiamento che stava prendendo piede: “Questa potrebbe essere la mia ultima occasione di vincere un mondiale”.
Oppure si può fare come chi ha già vinto tutto, come Hamilton e Verstappen, che sembrano infatti vedere in Antonelli non tanto un avversario, ma qualcuno che ricordi a loro la gioia e la felicità dei primi anni, quando vincere veniva facile perché tutto era magicamente allineato con il loro modo di essere. E forse anche per questo stiamo assistendo alla rinascita del buon vecchio Lewis Hamilton: il baronetto inglese sembra rimparare da Antonelli la bellezza di un gioco che aveva dimenticato, come capita a chi cresce e invecchia credendo che l’essere bambino non gli debba più appartenere.
Il lampo negli occhi di Antonelli tradisce una fame e una voglia che sta dalle parti di chi sa solo andare forte, esattamente come lo sguardo rinnovato – allegro e ora anche innamorato – di Lewis Hamilton. Il giovane è primo in classifica, il vecchio lo segue in seconda posizione. In questa fine di occidente che inghiotte anche l’automobile, sta così prendendo forma una sfida tra due che hanno deciso di giocare – per davvero – riportando la lotta a una forma leggera che fa parte dell’esistenza e che è fondamentale soprattutto quando le sfide, non solo in Formula Uno, richiedono polso ed equilibrio. Anche questa volta non sarà la fine di tutto, ma una palingenesi, colma di rischi e di pericoli ovviamente, in cui sta prendendo forma la prima volta di Antonelli e forse l’ultima volta di Hamilton, una sarabanda che sarà bellissimo ballare insieme a loro.