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Il colloquio •
La storia di Agostini e del motociclismo oggi ha un nuovo museo
Il vincitore di 15 Campionati del mondo si è regalato l'Ago Museum dove sono esposti tutti i suoi trionfi, dalle coppe conquistate alle locandine dei film in cui ha recitato come protagonista: "Avevo voglia di far vedere agli amici e agli appassionati che cosa ha fatto Ago nel tempo”

Foto Ansa
“Richiama tra un paio d’ore per favore che adesso sono in cantiere”. Fino a pochi giorni fa poteva capitare che Giacomo Agostini rispondesse così al telefono. Perché fino alla notte prima dell’inaugurazione è davvero stato ininterrottamente a seguire i lavori di allestimento del suo nuovo museo. “Ho perso sette chili”, assicura. Ha fatto di tutto, non si è accontentato di riempirlo con i suoi trionfi, con quasi 400 coppe, tutte sudate, tutte meritate. Dalla prima vinta a 9 anni all’ultima dell’ultimo Mondiale. “Avevo una sala trofei, ma non ci stavamo più, era tutto accatastato. E allora ecco il museo che ho voluto inaugurare il giorno del mio compleanno, sessant’anni dopo il mio ultimo titolo Mondiale. Avevo voglia di far vedere agli amici e agli appassionati che cosa ha fatto Ago nel tempo”. Gli anni sono 84, ma non sembra. “Sono andato in moto anche stamattina. Non passa giorno che non la usi”, confessa con il solito sguardo birichino.
Si è regalato un museo, lo ha chiamato Ago Museum (è in via Bersaglieri a Bergamo, naturalmente) e ci ha messo tutta la sua storia che poi è la storia del motociclismo. Quest’uomo ha vinto 15 Campionati del Mondo (8 nella classe 500 e 7 nella 350) e conquistato 123 gare. Ci sono moto, coppe, medaglie, riconoscimenti, tute, caschi, occhiali, la mitica maglietta gialla che è in vendita anche al bookshop, ma anche i giornali che lo hanno esaltato, le locandine dei film dove ha recitato come protagonista (in uno era con Mal dei Primitives) perché Agostini non era solo veloce, era anche bello e non erano poche le ragazzine che in camera avevano il suo poster.
Lui se l’è goduta fino alla fine, poi dopo l’ultima gara ha messo la testa a posto e dal 1988 è sposato con Maria e presto diventerà nonno (”Speravo in un Giacomino, invece sarà una bambina”). È stato l’uomo dei record e ancora adesso quel numero 15 sembra irraggiungibile: “Lo dico sempre che i record sono fatti per essere battuti… Dovessero chiedermi se sarei contento che qualcuno battesse il mio record, la risposta è no. Sarei bugiardo a dire il contrario. Ma se qualcuno ci riuscisse, la sera sarei a cena a festeggiare con lui”.
Non ha tempo per fermarsi a guardare quello che ha esposto. Ed è bello che abbia tenuto tutto, anche la medaglietta della Madonna di Lourdes che la mamma gli cuciva all’interno della tuta. “I trofei che ho esposto sono tutti importanti, tutti sudati, ma se proprio devo scegliere ne indico tre. Il primo che ho vinto con la Moto Morini, il primo che ho conquistato con la Mv Agusta e il primo con la Yamaha”. Tre moto e tre periodi della sua vita. Ma ci sono anche i taccuini dove disegnava i circuiti e le marce in cui affrontare le curve e un’enorme cartina del tracciato del Tourist Trophy, una gara pazzesca che lui ha vinto dieci volte tra il 1965 e il 1972. “Tante volte quando guardo queste coppe mi vengono le lacrime pensando ai successi e alle gioie che ho avuto, ma in fin dei conti sono un antidoto alla tristezza. Sono bei ricordi che non se ne andranno mai, peccato che il nostro mestiere non possa durare tutta la vita”. Il suo museo è un inno alla felicità, quella che lo ha accompagnato per tutta la vita, quando correva in moto e successivamente in auto (c’erano anche Merzario e Giacomelli i suoi avversari a quattro ruote e alle pareti c’è una foto con Enzo Ferrari e una con l’avvocato Agnelli) e quando alla fine ha svestito ogni abito ufficiale, ma è rimasto il motociclismo. Nessuno lo rappresenta e lo racconta meglio di lui.