I Mondiali spenti

Ci rimbalzano immagini che appaiono tutte uguali e parole che non ci raccontano l’America, perché nessuno ormai capisce l’America. Siamo alla frammentazione, al lancio nel vuoto

20 GIU 26
Immagine di I Mondiali spenti

Foto ANSA

È tutto troppo vicino e raccontato male. Lo puoi vedere, lo puoi toccare nella sua innegabile volgarità. Questa vicinanza ci ha sottratto il mistero, quel racconto lontano, lontanissimo, pieno di fascino in quanto privo della nostra fastidiosa pretesa di una verifica. Ecco, la narrazione è finita, andate in pace senza illusioni. Lo sport lo vedi dappertutto, i giornalisti si impegnano, poverini, si attaccano a quel poco che è rimasto di rimpiattato, nascosto, ma gli esiti sono tristi. Torna Mourinho, tutti a pendere dalle sue labbra, davanti a una faccia nemmeno troppo invecchiata, in attesa di uno slogan, una frasetta qualunque che lo Special One ti regali e sulla quale scrivere un fiume di cose comunque già dette. Per il resto, fuffa.
E poi il modo con cui parlano i protagonisti della politica (che imperversano, anche quando non li vorresti vedere). Il modo è importante, qualifica, asseconda il contenuto, lo impreziosisce. E invece non propongono, dichiarano guerra, prendono in mano un oggetto, magari un appretto per stirare, e con voce metallica, gracchiante e convinta (perché lo stupido è sempre convinto di essere il più ganzo), annunciano al mondo la propria presunta intelligenza. È un urlo che non fa male, ma che fa rabbia. E così tutti pensano che sia giusto comunicare in quel modo, da venditori falliti di polizze, con un linguaggio che fa ridere i polli. Ha ragione il filosofo Cacciari quando sostiene che il contrasto a una certa cultura non lo può fare la politica ma la cultura stessa, qualcuno che si prenda la briga di spiegarci con belle parole, significanti, come stiano davvero le cose. Che ci spieghi la storia per come si è svolta. Che ci spieghi la vita, attraverso le opere ingegnose dei nostri padri.
Mondiali di calcio sono lontani e noi non ci siamo neppure. Ci rimbalzano immagini che appaiono tutte uguali e parole che non ci raccontano l’America, perché nessuno ormai capisce l’America. Siamo alla frammentazione, al lancio nel vuoto. Come quella povera disgraziata senza corde che viene scaraventata giù da un ponte e si schianta al suolo, tra la perplessità generale, come se fosse normale non rendersi conto che la vita non è così resistente all’urto. La vita è sottile, delicata, appesa a un filo. Ecco, anche la narrazione dovrebbe esserlo. Un filo sottile a cui appenderci con il fiato sospeso. Il calcio con i suoi Mondiali infilati a forza nel ciuffo biondo di Donald Trump, ci appaiono un quadro senza nessuna espressione, idea, significato. Sono Mondiali spenti, in cui il racconto si adagia, una figura senza forza, in mezzo a mille altre che incontri scrollando sul tuo telefonino. Ci resta la speranza che un giorno nasca un nuovo Leonardo da Vinci, in grado di inventare un sistema rivoluzionario per capire meglio dove stia la decenza. Un uomo dai capelli lunghi, sottili come il filo della vita.