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Leonardo Fioravanti cavalca l’onda vincente
E' stato il primo italiano a vincere un evento del Surf World Tour. E grazie all’exploit sulle spiagge di Punta Roca, El Salvador, ora è al terzo posto nella classifica generale, l’unico non brasiliano fra i primi sei: “Ecco il mio surf, per sfidare finalmente i più grandi al mondo”
20 GIU 26

Foto Ansa
Un’onda altissima, cavalcata senza paura, fino a un trionfo storico. “Dopo questa vittoria ho perso la voce”, sorride Leonardo Fioravanti, il primo italiano di sempre a vincere un evento del Surf World Tour, sabato scorso. Grazie all’exploit sulle spiagge di Punta Roca, El Salvador, ora Leo è al terzo posto nella classifica generale: l’unico non brasiliano fra i primi sei. Un’irruzione che cambia la prospettiva di questo sport non soltanto nel nostro Paese, ma in tutto il vecchio continente, “dove il livello si sta alzando, ma non ancora abbastanza”, sprona il 28enne di Cerveteri. “Ci dobbiamo dare una svegliata, un po’ come nel calcio: l’obiettivo non è arrivare lassù tanto per farne parte, ma competere per arrivare al top. Me lo ripeto tutti i giorni, cercando di curare ogni dettaglio. Se poi arrivano anche record come questo, magari ci rifletterò su a fine carriera”. Fioravanti fa capire che manca ancora un bel pezzo a quel momento. È stato anche il primo surfista italiano a partecipare ai Giochi olimpici: Tokyo 2020, Parigi 2024. “Ora nel mirino c’è Los Angeles 2028, ma conto di esserci anche a Brisbane quattro anni dopo. E forse pure più in là”. Una cavalcata dopo l’altra. “In California c’è un’onda performante, simile a quella di Punta Roca: sono convinto che alle prossime Olimpiadi potrò esprimere al meglio il mio stile”. Sognando una medaglia? “Tutto può succedere. A Tahiti, due estati fa, ci credevo davvero. Non ce l’ho fatta per diversi motivi ed è stata dura rialzarsi: l’unica cosa da fare dopo una sconfitta è guardare avanti e continuare a perfezionarsi. Già oggi mi sento un altro atleta. E un’altra persona, in grado di osservare la vita da una prospettiva diversa: vincere è importante, ma non è l’unica cosa che conta. Penso al mio matrimonio felice, alla famiglia, alle tante persone che mi vogliono bene. A 18 anni non avrei mai dato una risposta del genere. Volevo soltanto diventare il numero uno”.
Così Leo ha finito per riuscirci, almeno per un attimo. “Il titolo mondiale? Se c’è una volta buona è questa. Servirà arrivare all’ultima tappa a contatto con i primi: ci credo, è possibile, ma non mi sbilancio oltre. Resta uno scenario difficilissimo”, e già aver avuto la meglio a El Salvador sul brasiliano Italo Ferreira, leader del ranking mondiale, sa quasi di profanazione. “Uscito dall’acqua sono stato inondato da una marea di messaggi: Alex Del Piero, Valentino Rossi”. Il più speciale? “Quello della nonna. Da Cerveteri non smette un attimo di sostenermi: mi guarda, mi telefona, è la mia fan numero uno. E ha sempre creduto in me”. Fino a dove può arrivare Leonardo Fioravanti? “Il limite dell’oceano è la linea dell’orizzonte, l’infinito”, riflette. “Vale anche per gli atleti: lo capisco ogni anno di più. Dunque non voglio pormi altri limiti. Il mio potenziale è lì. L’importante è trovare il modo migliore più arrivarci, consolidando al massimo la forza del mio surf. Che è ben diverso, rispetto a qualche anno fa”. Diverso è anche il regime di allenamento. “Trascorro tante ore in acqua, almeno 3-5 al giorno. Il bello è che ho sempre amato farlo: non sento alcuno sforzo, sono nel mio elemento. Sono importanti anche le videoanalisi delle performance. E anche la parte fisica a terra, soprattutto oggi”. Non vale soltanto per Leo. “Un paio di decenni fa i surfisti erano ancora dei personaggi molto rock and roll. Oggi è tutto molto più professionale. Anche il lavoro psicologico: fino al 2021 pensavo al surf senza aver ancora imparato a conoscere me stesso. Poi ho incontrato Stefano Massari”, il mental coach di Matteo Berrettini, “ed è stata una rivelazione. Ho iniziato anche a meditare”.
Fioravanti è un esempio anche per i più giovani. “Io sono stato fortunato a trovare attorno a me le persone giuste, le condizioni propizie”, spiega Leo. “Ma oggi, grazie alla presenza nel programma olimpico, esiste un supporto strutturale più organizzato per far emergere i surfisti futuri: mi auguro davvero che questi miei traguardi possano ispirare e dare una spinta all’intero movimento”. Anche finire sui giornali aiuta: la visibilità del surf qui da noi resta modesta. “È sempre bello vedere l’Italia al top: penso a Sinner, Antonelli. Sono un grande fan degli sport in generale. E pure gli italiani lo sono: il surf non è ancora così seguito, ma cerco di accompagnarlo in alto. Inoltre un vantaggio naturale noi azzurri ce l’abbiamo”. Cioè? “Essere cresciuti nel Mediterraneo. Qui non sai mai quando ci saranno le onde giuste, hai una mentalità più positiva nei confronti del mare. Anche senza vento, l’entusiasmo non manca mai. E questo aiuta”. Fino al prossimo cavallone mondiale.