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Quel che resta del calcio che sta per “malagolizzarsi”
Casini, ex presidente della Serie A: “Non mancano i talenti, ma organizzazione e coraggio. E la Figc ha le sue colpe”
20 GIU 26

Foto Ansa
Che cosa resta del calcio italiano? A pochi giorni dalle elezioni del nuovo presidente della Figc che dovrebbe essere Giovanni Malagò, favoritissimo su Giancarlo Abete, proviamo a cercare delle risposte nelle parole di Lorenzo Casini che dal marzo 2022 al dicembre 2024 è stato presidente della Lega di Serie A e sull’argomento ha scritto un bel libro pubblicato da il Mulino. Un volume che scorre bene e si basa su dati, fatti vissuti in prima persona e sulla bozza di un Libro Bianco del calcio che Casini stava preparando con la Oliver Wyman quando alcune società cominciarono a remargli contro. “Temevano che la Lega potesse mettere in ombra la Figc…”. Casini, ordinario di diritto amministrativo oggi rettore della Scuola Imt alti studi Lucca, ha trascorso più di mille giorni ai vertici del calcio ed è stato anche per molti anni giudice sportivo. Oggi dice la sua “per restituire alle squadre di Serie A, la parte migliore del sistema, quel che mi hanno insegnato”.
“Resta la passione, con le sue emozioni e delusioni. Ma è un mondo in grave crisi”, spiega. “Una crisi che nasce da problemi antichi sui quali non si riesce a intervenire”.
La sua analisi è severa. Non perché manchino i talenti, ma perché manca la capacità di valorizzarli.
“I talenti ci sono e potrebbero essere di più. Il problema è che si è via via disinvestito sulla formazione e sulla tecnica. Molti ex calciatori raccontano che oggi non esistono più istruttori, ma solo allenatori. Le nazionali giovanili vincono soprattutto grazie alla tattica: i ragazzi poi si perdono anche perché meno preparati tecnicamente dei loro coetanei europei”.
A tutto questo si aggiunge un ostacolo che fino a pochi anni fa non esisteva: il costo per giocare a calcio.
“Un tempo c’era la parrocchia. Oggi molte scuole calcio chiedono risorse che non tutte le famiglie hanno”.
Un cambiamento che rischia di modificare profondamente la funzione sociale dello sport più popolare del paese.
“Sono scomparsi i canali di accesso che hanno prodotto generazioni di calciatori. Anche Del Piero si è formato in oratorio. Questa rete si è sfilacciata e la scuola non supplisce”.
La crisi non riguarda soltanto la base, ma anche se non soprattutto il vertice. Nel libro descrive una Serie A che ha progressivamente perso attrattività internazionale, qualità percepita e capacità narrativa.
“Gli analisti indicano nella cessione del 2001 di Zidane dalla Juventus al Real Madrid l’inizio del declino del nostro calcio. Come accade nei processi di decadenza, prima della discesa vi è l’ultimo picco. Nel nostro caso è stato il Mondiale del 2006. Da lì in poi sono crollati successi, qualità e competitività”.
Come si può invertire la rotta?
“Tornando a lavorare sui giovani, sulla tecnica, e correggendoli sin da piccoli. Vedo partite Under 12 in cui la squadra che va in vantaggio 1-0 inizia subito a perdere tempo. È disarmante a quell’età. Va insegnato che questo non è un valore e ben vengano le nuove regole Fifa presentate da Pierluigi Collina”.
Il confronto con gli altri campionati europei è perdente su tutta la linea?
“Le altre leghe europee si sono dotate di strumenti più moderni. La Serie A continua a operare con una struttura primitiva chiamata a svolgere attività complesse e variegate, sportive e commerciali”.
Anche il tema dello spezzatino televisivo merita una riflessione. Non possiamo farne a meno?
“Magari. Si dà per scontato che per avere più ricavi serva spacchettare il calendario all’infinito. Vanno aggiornate le analisi economiche. Anche grandi imprenditori media, come De Laurentiis, hanno proposto minor frammentazione e maggiore contemporaneità”.
Più del 50 per cento delle proprietà di Serie A sono straniere. Un problema o un’opportunità?
“Una risorsa. La varietà delle proprietà porta competenze, culture ed esperienze diverse. È un problema però quando la proprietà è troppo distante, con la gestione lasciata ad altri soggetti che sono catturati dalle disfunzioni del sistema italiano o addirittura se ne servono”.
Propone di trattare con l’Europa per aggirare la sentenza Bosman e tutelare i vivai e i campionati nazionali. È possibile?
“Il caso Bosman ha portato a squadre senza più giocatori italiani. Va usato il principio dell’eccezione sportiva previsto dal Trattato Ue per reintrodurre limiti a protezione della formazione dei giovani e delle nazionali. Nel 2023 lo dissi anche ad Aleksander Ceferin”.
Una proposta che, racconta, trovò ascolto.
“Ceferin rispose che era un’idea giusta. E fece l’esempio delle federazioni balcaniche che si sono impoverite perché i loro talenti emigrano molto presto nei campionati più ricchi”.
Nella sua analisi uno dei principali responsabili della situazione resta la Federazione.
“La Figc è la principale responsabile dei disastri della Nazionale e del cattivo funzionamento del sistema. Tutto ciò che riguarda regole, settori giovanili e sviluppo del movimento passa dalla Federazione, che negli ultimi anni ha scelto di arroccarsi ed esercitare un potere fine a se stesso”.
Il confronto con altri sport è inevitabile.
“Il tennis e il nuoto, con i loro risultati, mostrano il divario tra una Federazione presente e capace e una Federazione involuta che non sa guidare il cambiamento”.
Anche il trionfo europeo del 2021 non modifica il giudizio complessivo.
“Quella vittoria fu una grande gioia: una eccezione, però, non la regola. I dati, con tre Mondiali mancati, raccontano altro”.
Malagò è favoritissimo alle elezioni di lunedì. È l’uomo giusto?
“È uno dei migliori dirigenti sportivi italiani, con grandi successi alla Presidenza Coni. Ha esperienza, competenze e una profonda conoscenza dello sport. Ed ha anche giocato nella Nazionale di Calcio a 5”.
Da giurista che ne pensava della sua presunta ineleggibilità, tramontata proprio alla vigilia del voto?
“Provarono anche con me a usare il pantouflage per non farmi eleggere alla Lega.”
Ma nessun presidente, da solo, può risolvere il problema?
“È un sistema vecchio, autoreferenziale e senza separazione dei poteri. Un presidente che voglia davvero correggere queste storture e non sfruttarle a proprio vantaggio può fare molto. Ma senza un aiuto della politica è difficile salvare il calcio italiano: penso a stadi, su cui il ministro Abodi sta agendo bene, centri sportivi, politiche fiscali, giustizia, calcio femminile e, soprattutto, collaborazione con la scuola, su ci vorrebbe uno sforzo simile a quello del Rapporto Beveridge inglese. E qui Sport e Salute, che ha ben operato in questi anni, può fare molto”.
Eppure lei continua a guardare avanti con fiducia.
“Sempre. È l’unico modo per provare a risolvere i problemi”.
Su cosa ci si può basare?
“La passione per il calcio in Italia si ritrova in pochi altri paesi, come in Brasile, che infatti ha ora un allenatore italiano. Basta guardare gli occhi di una bambina o di un bambino quando sentono parlare di Serie A: è un sogno che si materializza. Con una passione così forte, si può sempre ricostruire, se tutti lo vogliono. Basandosi su tre pilastri: infrastrutture, risorse, cultura”.