Il ritorno in Serie A di Gattuso, il Mister Wolf del pallone

L'ufficialità del passaggio dell'ex cit della Nazionale alla Lazio è solo procrastinato. Perché Rino è uomo tutto d'un pezzo: la parola data e una stretta di mano valgono più di uno stipendio o di un contratto. E la sua storia lo dimostra

22 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 11:47
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Foto Ansa

“Se non mi qualifico per il Mondiale scappo dall'Italia”. Nessuno aveva la pretesa di credere in un esilio auto-imposto in eterno, molti non avevano dato nemmeno peso alla frase per eccesso di sicurezza sullo scenario opposto. Possibile che la Nazionale non si qualificasse per il terzo Mondiale consecutivo? Per giunta allargato a 48 squadre? Ebbene sì, è successo. E dopo la notte di Zenica sarebbe stato ancora più complicato immaginare un altro scenario tra i tanti (im)possibili. Ritrovare Gennaro Gattuso, l'autore di quella promessa, su una panchina di Serie A prima che il Mondiale americano iniziasse. L'accordo con la Lazio è stato trovato presto, già a fine maggio. Il procrastinarsi dell'ufficialità ha rievocato l'avventura iniziata e finita con la Fiorentina nel giro di 23 giorni nel giugno 2021. Perché Gattuso, anzi Rino o Ringhio, è uomo tutto d'un pezzo, la parola data e una stretta di mano valgono più di uno stipendio o di un contratto. Vero, la sua storia lo dimostra, a partire dalla risoluzione consensuale con la Federazione dopo la sconfitta in Bosnia. Eppure la carriera del Gattuso-allenatore è un ripetersi così ciclico di situazioni disastrate, piazze difficili e spogliatoi al limite dell'implosione da chiedersi, con un pizzico di malizia, se non siano quasi scelte ponderate per aderire in pieno alla sua figura, al racconto pubblico che se ne fa sin dai tempi in cui giocava.
L'Ofi Creta in Grecia, dove mancavano persino i palloni per allenarsi e lui stesso pagava gli stipendi dei giocatori, il Pisa della gestione Petroni sull'orlo del fallimento, il nebuloso Milan di Li Yonghong, il Napoli che si ribella al ritiro imposto dalla società, il Valencia del contestato proprietario Lim, la polveriera di Marsiglia e, tanto per non farsi mancare nulla, l'Italia già rullata in Norvegia e consapevole di dover passare per le forche caudine dei playoff. Gattuso come il Signor Wolf di Pulp Fiction, chiamato a risolvere problemi nei contesti più disperati. Nel segno però dell'orgoglio, della dignità, dell'anima, della lotta, valori che sono stati sempre associati al centrocampista del Milan e che continuano a esserne il marchio distintivo. Col rischio che ne diventino anche il limite e la caricatura. Gattuso destinato a essere per sempre un motivatore, un guerriero, un santino da sbandierare. Per questo, per quanto possa sembrare sorprendente, la risposta alla corte di Lotito è coerente con il suo percorso. Una piazza che sembra sul punto di collassare, con una frattura ambientale apparentemente insanabile tra società e tifosi e il fardello di un saldo di mercato a costo zero da rispettare. Ringhio come garanzia di impegno, di sudore lasciato in campo, magari con qualche stilla di sangue. Una narrazione che mette in secondo piano le idee dell'allenatore. Presentandosi a Valencia disse: “Da giocatore correvo e rubavo palloni, ora mi piace che la squadra abbia il possesso. La mia visione è completamente cambiata. Il primo obiettivo è dare uno stile di gioco, diverso da quello che c'era prima”.
In questo nuovo incarico in un club italiano, il primo dopo cinque anni, sarebbe interessante parlare dell'impronta tattica data da Gattuso, dei meccanismi su cui vuole lavorare. Oltre alla compattezza e allo spirito di gruppo, principali qualità predicate nella sua esperienza azzurra. Non sono bastate ed era un altro contesto. Ora c'è quello laziale, altrettanto complicato. Il vero Mr Wolf insegna che, per risolvere problemi, strategia e soluzioni servono più delle motivazioni. Per fare in modo che il gusto per la sfida e l'ennesimo richiamo irresistibile dal caos non si trasformino in un alibi da giocarsi se le cose dovessero precipitare.