Ai tempi di Yamal. Più ridicolo del rosso a chi parla coprendosi la bocca c’è un 18enne che ci spiega il calcio di una volta

Lo ammetto: sull’hydration break sto con Marcelo Bielsa, secondo cui questa innovazione incide pesantemente sull’andamento dei match. E tenetevi pure il Var da psicopolizia

23 GIU 26
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Foto ANSA

La traversata nel deserto continua, amici, e meno male che ho con me una scorta di birra gelata che basterà fino all’inizio della Premier League (a meno che l’Inghilterra non vinca la Coppa, in quel caso neppure un Tamigi di bionda basterebbe). Il weekend del Mondiale ha regalato più orrore che bellezza: si salva forse Paesi Bassi-Svezia, il resto è roba più brutta di una dermatite al pacco dello psicologo dei calciatori. Sono morto durante la sfida tra Ecuador e la Nazionale B dell’Olanda, Curaçao, per risorgere in occasione di Belgio-Iran, e morire di nuovo quando Lukaku ha avuto il coraggio di dire che la sua è stata una bella prestazione. Oggi torna in campo Cristiano “Sagoma cartonata” Ronaldo, e prevedo altra tristezza. Mai come quella provata in occasione dell’espulsione del paraguaiano Almiron contro la Turchia: quel cartellino rosso è stato il primo con l’applicazione della nuova regola che impone il divieto di coprirsi la bocca con la mano mentre si parla in campo.
La norma orwelliana che ha trasformato il Var in psicopolizia punisce il sospetto di razzismo, alimentando l’onanismo punitivo in stile parodia delle dittature: se nascondi la bocca mentre parli è perché stai dicendo qualcosa di sbagliato, altrimenti non avresti nulla da nascondere. Da quando lo sport è stato trasformato in un reality show educativo il sospetto di razzismo è diventato più grave di un’entrata a gamba alta, e chissenefrega di cosa ha detto Almiron, così impara. Contenti voi, che vi vedo già abituati a quel cesso di hydration break che sta mutando il calcio in basket e stuprando uno degli ultimi baluardi rimasti, i due tempi da 45’. Per una volta mi tocca dare ragione a Marcelo Bielsa, che si è lamentato di questa innovazione che – lo stiamo vedendo in questi giorni – incide pesantemente sull’andamento dei match. “Giocare quattro volte invece di due altera la concezione di ciò che è stato culturalmente costruito per interpretare il calcio”, ha detto.
Ma se mi aspetto da un vecchio come lui il rimpianto del calcio come era una volta confesso di essere rimasto basito vedendo che Olise e Yamal sono già entrati nella fase “ai miei tempi”, quella per cui da almeno ottant’anni qualunque ex calciatore spiega che quando giocava lui era tutto più ruspante e, soprattutto, si giocava per strada, mentre oggi non lo fa più nessuno. Ecco, l’attaccante francese (e io sono astemio) del Bayern Monaco ha appena fatto dichiarazioni che avranno fatto rizzare il nostalgiometro a qualcuno: “Il mio stile di gioco viene dalla strada. Io e mio fratello giocavamo sempre all’aperto: calciavamo il pallone contro i muri e ci sfidavamo tanto negli uno contro uno. Eravamo liberi, giocavamo a calcio per il gusto di farlo e quei tempi ci mancano”. Ma sentite lo spagnolo: “Il problema che vedo nei giovani che emergono è che entrano in una squadra a quattro anni”, ha detto, dove si impara subito a giocare con gli schemi. “Quando giocavo io per strada si diceva: chi segna due gol vince, l’altro è eliminato”. Ora, Olise ha 24 anni, Yamal 18. Io bevo molto, è vero, ma loro non staranno esagerando?