L’addio falsissimo degli iraniani ai Mondiali, la “lobby ebraica” di Messi. Trump vince la coppa dei buoni

“I giocatori di colore non si concentrano” e altre perle. Però sei espulso per un sospetto. Alla World Cup Fifa in formato Donald & Gianni, i veri autogol li segnano i moralisti. Un catalogo di discriminazioni inattese

24 GIU 26
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LaPresse

Non siamo noi che siamo Maga, sono loro che sono razzisti: potrebbero tranquillamente dirlo, dopo questo primo giro di Mondiale, i sostenitori della World Cup Fifa in formato Donald & Gianni. Ai corrispondenti tocca scrivere (a malincuore, eh) che in campo di razzismo non se n’è visto; remigrazioni manu militari di intere tifoserie nemmeno. Invece, se c’è qualcuno che esporremmo volentieri alla bacheca degli odiatori delle diversità sono i paraculissimi giocatori dell’Iran, che prima di tornarsene a Hormuz hanno lasciato una letterina più falsa delle lacrime del boia negli spogliatoi: “Dall’antica Persia di migliaia di anni fa all’Iran civilizzato di oggi, lo spirito dell’Iran rimane vivo e saldo. Siamo venuti a Los Angeles con orgoglio, abbiamo gareggiato con onore e ce ne andiamo con dignità. Grazie, Los Angeles, per la tua ospitalità. E grazie a ogni iraniano che ha dato il cuore, la voce e l’anima per l’Iran. Che la pace, il rispetto e l’amicizia prevalgano tra tutte le nazioni”. Si sono dimenticati di citare fra i destinatari di pace e rispetto la cantante Parastoo Ahmadi, condannata a 74 frustate per aver cantato senza velo. Niente pace né rispetto né amicizia nemmeno per le ragazze e i ragazzi iraniani regolarmente ammazzati dal regime. Facevano figura meno indecente a non scrivere nulla, anzi se non li facevano venire proprio. Però sui giornali tocca leggere pure i peana del portiere Alireza Beiranvand, che la stampa iraniana disegna in volo sopra lo stretto di Hormuz a parare i droni di Trump: “Ecco come proteggiamo la nostra terra”. Del resto “Beiro” è un convinto sostenitore degli ayatollah. Forse quando torna a casa parerà anche qualche ragazza dissidente coi capelli al vento. Con rispetto e amicizia, però.
Anche più imbarazzante, qui dal razzismo si passa all’antisemitismo che manco nelle manifestazioni proPal italiane, è quel che è successo alla tivù algerina (ah, quanto piace a tutti il calcio africano decolonializzato, sembrano più free speech dell’Olanda a orologeria di Cruijff). Un celebre telecronista algerino, Mustapha al-Maazouzi, ha detto in diretta che Leo Messi è famoso perché è protetto dalla “lobby ebraica”. E questa lobby “controlla il mondo, fanno quello che vogliono come fossero una mafia”. Da noi non ti danno lo Strega se Ciabatti ha detto al telefono senza fili che hai detto che Murgia era brutta. Ma nessuno ha da obiettare se in mondovisione dicono che Leo Messi è il nuovo capo dei Savi di Sion.
Altri bellissimi paesi democratici che invece si rivelano più razzisti dei gendarmi dell’Ice di Trump ne abbiamo? Beh, qualcuno sì. All’ex calciatore olandese Van der Vart durante Olanda-Giappone è scappato detto che “questi giapponesi sono tutti uguali”. Mentre la tivù serba ha fatto di peggio, sul giocatore belga Nathan Ngoy, di origini congolesi, espulso per un fallo inutile: “I giocatori di colore non hanno la concentrazione per resistere a più di 60 o 80 minuti in gare come queste”. Mandarli tutti casa, i veri razzisti? No, l’unico punito nel magico format di Infantino nel paese delle calciomeraviglie è stato un giocatore del Paraguay, Miguel Almirón, che si era coperto la bocca mentre parlava con un avversario. Gesto che può significare qualsiasi cosa, magari stava facendo un bel rutto libero di fantozziana memoria, ma per il nuovo regolamento è invece indicazione certa che stava sibilando insulti razzisti. Poi dite che è tutta colpa di Trump, che invece per ora si sta aggiudicando la coppa del mondo della correttezza politica.