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Come si scopre un ragazzo di talento nel calcio
La ricetta di Pedemonte, uno dei volti più riconoscibili dello scouting italiano: “Ok a dati e big data, ma l’occhio è importantissimo”. Al Foglio racconta i segreti degli osservatori
27 GIU 26

Edoardo Pedemonte, genovese, fondatore do Scoutit!, è uno dei principali scopritori di talenti del nostro calcio (foto Instagram edo_p92)
Edoardo Pedemonte è uno dei volti più riconoscibili dello scouting italiano. Genovese di nascita, fondatore di Scoutit! - la piattaforma che mette in contatto club e osservatori - vive a Genova, ma il suo ufficio è l’Europa intera. Da circa un decennio gira stadi, campetti di periferia e tornei giovanili: l’obiettivo è pescare ragazzi di 15-16 anni che hanno quel qualcosa in più: coordinazione, orientamento, primo controllo, dettagli che poi fanno la differenza. Con lui parliamo di come cambia il difensore moderno, di genitori e procuratori e dei consigli per chi voglia intraprendere questo lavoro.
Quando guarda un ragazzo di 16 anni, quali sono le tre cose che nota nei primi 5 minuti che non si possono insegnare?
“Quanto è sciolto a livello motorio, la coordinazione, come si posiziona rispetto all’azione con o senza palla, come intuisce l’azione, orientamento spazio-tempo. Terza cosa: il primo controllo. Queste cose possono essere allenate, ma possono anche essere bagaglio personale”.
Preferisce guardare il giocatore con o senza palla?
“È più istruttivo guardare ciò che fa senza palla: smarcamento, posizionamento, aiuto alla squadra”.
Quali sono i segnali che le dicono “questo non sfonda” anche se fa gol ogni domenica?
“Le qualità di base: segna molto, ma a livello tecnico, fisico e atletico ha delle mancanze strutturali. Sono fattori che segnalano che potrebbe non sfondare”.
Cosa guarda in un difensore oggi che dieci anni fa non guardavi?
“Il ruolo è cambiato: guardo l’aspetto tecnico per la costruzione del gioco, e l’uno contro uno a tutto campo”.
Usa ancora il taccuino o è tutto dati e Wyscout? Quanto conta l’occhio rispetto all’algoritmo?
“Sì, taccuino. Poi, lavoro sui dati: Wyscout e video. Dati e big data molto importanti: lavoro composito, ma l’“occhiometro” rimane importantissimo”.
Le è mai capitato di bocciare un giocatore che poi è esploso? Cosa ha sbagliato a leggere?
“Sì, è successo diverse volte. Fa parte di questo lavoro: più bravo sei, meno sbagli. Ho sovrastimato come problema la lettura del gioco su un terzino. Era molto negativo nello svolgimento dell’azione, vedevo tanti errori: ma ora è in Serie B, è esploso, sta facendo un bel percorso ed è ancora giovane”.
E il contrario: un profilo “brutto” sui dati che ha spinto e ha funzionato?
“Sì, a volte ci vedi un potenziale importante al di fuori di tutto. Serie B turca, brasiliano, molto forte: si chiama Romulo, ora al Lipsia. Lo vidi e lo analizzai, grande potenzialità. Lo avevo proposto ad un paio di club in Italia”.
Qual è la differenza tra un giocatore pronto per la Serie A e uno pronto per la Serie C?
“Il livello del calciatore è completamente diverso: il ritmo che ha a livello fisico, cognitivo, le giocate”.
Come capisce se un ragazzo ha fame o si accontenta?
“Ci sono vari fattori: io guardo i comportamenti fuori dal campo”.
Che ruolo hanno i genitori e i procuratori nel suo lavoro? Ti hanno mai bloccato un’operazione?
“Sono due figure centrali: hanno voce in capitolo. I genitori possono essere grandi alleati o grandi nemici: loro, però, non hanno mai bloccato un’operazione in cui ero coinvolto. Con gli agenti, invece, è capitato che bloccassero un’operazione per soldi o per aspettare qualcosa di meglio. L’importante è che agiscano nell’interesse del ragazzo”.
Quanto conta il passaporto comunitario oggi nella scelta di un giovane straniero?
“Importantissimo: ha più possibilità di essere acquistato da una società italiana”.
Le è mai capitato di consigliare di NON comprare un giocatore alla sua società?
“Sì, è capitato: questo è uno degli aspetti più importanti dello scouting. Lo scouting non è solo consigliare, ma soprattutto consigliare di non prendere. E per fare questo, devi essere capace di fare filtro”.
Ci racconti la scoperta di cui vai più fiero: come ci è arrivato?
“Un dilettante in Liguria. Mi era piaciuto molto, aveva 15 anni. L’anno dopo lo portai all’Entella, ora è in Serie B”.
Il viaggio più assurdo che ha fatto per vedere una partita di un ragazzo sconosciuto?
“Torneo delle Regioni nel Lazio: era il 2019, prima del Covid. Viaggio senza macchina tra Roma, Frosinone, Castelli Romani, infine Valmontone: un viaggio assurdo, logisticamente è stata una lezione”.
Qual è la bugia più grande che le hanno raccontato nel suo lavoro?
“A volte non hai le controprove di quello che dicono, ma mi capitò un ragazzo che affermava di avere avuto una carriera che in verità non aveva fatto, che aveva giocato nel Benfica, mentre aveva solo fatto una prova”.
Con l’AI e il tracking GPS, lo scout di campo sparirà tra 10 anni?
“Non scomparirà lo scout umano perché porta delle qualità che queste macchine non hanno. I dati non possono raccontare la qualità di quello che vediamo, forse la quantità ma non la qualità”.
Quali campionati esteri sta monitorando ora che cinque anni fa ignorava?
“Quello dell’Uzbekistan e quello irlandese, ma a basso livello”.
Cosa guarda nei campionati Primavera e Allievi per capire chi può fare il salto?
“Il ritmo motorio, quello mentale, la velocità di esecuzione: il tutto accompagnato da aspetti tecnici”.
Se dovesse allenare uno scout junior, qual è il primo errore che gli farebbe evitare?
“Innamorarsi del giocatore, descriverlo troppo bene. Bisogna, invece, trovare il piccolo difetto”.
Cosa la fa alzare alle sei di mattina per andare a vedere una partita sotto la pioggia in Eccellenza?
“La passione per questo lavoro, la voglia di scoprire qualcosa”.
Qual è la qualità che un buon osservatore deve avere e che non si impara?
“La resilienza: il mondo del calcio è molto complicato. Per fare carriera, ci metti anni: costruire un percorso, studiare, fare gavetta, fare contatti”
Se dovesse consigliare un ragazzo di 17 anni oggi, cosa gli direbbe prima di tutto?
“Di studiare: senza lo studio non ci sono i presupposti per fare nulla”.