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Il golf italiano ha i numeri, ma continua a cercare i campioni
Al Circolo Golf di Torino va in scena l'83° Open d'Italia con 156 professionisti che si contendono un montepremi di tre milioni di dollari. Reed, Willett, Donald tra i protagonisti. E l'Italia aspetta ancora il suo vincitore
27 GIU 26

Foto Ansa
Quando la luce al mattino presto filtra obliqua fra i grandi alberi della Mandria e la rugiada è ancora sui fili d’erba, il Circolo Golf Torino somiglia più a un parco che a un impianto sportivo. Un cervo compare ai margini del bosco, un merlo rompe il silenzio, il greenkeeper attraversa lentamente il fairway. A pochi chilometri dalla tangenziale che circonda la città e dalle fabbriche piemontesi, il tempo sembra rallentare. È difficile immaginare che nel giro di poche ore questo luogo così lontano dai rumori del nostro tempo, sarà occupato da professionisti, televisioni, sponsor, volontari e migliaia di spettatori. Il golf italiano torna sulle grandi scene tre anni dopo la Ryder Cup di Roma e continua a crescere. Crescono i tesserati, gli investimenti, il numero di aziende che guardano con interesse a uno sport anche da noi sempre meno di nicchia. La Federazione Italiana Golf ha quasi centomila iscritti, i campi pratica si riempiono, i circoli ringiovaniscono e pure chi non gioca ormai sa chi è Rory McIlroy. Quel che manca è il prossimo campione italiano. Per questo, l’83° Open d’Italia somiglia a una verifica, per i giocatori e per tutto il movimento.
Il Circolo Golf Torino ci accoglie coi suoi verdi fairway che attraversano la vecchia riserva di caccia dei Savoia, a pochi chilometri dalla Venaria Reale. Il percorso si infila nel bosco, costeggia radure, attraversa lunghi corridoi dove il vento può farsi breccia. Camminando lungo le buche si ha la giusta sensazione che il golf sia arrivato chiedendo il permesso al paesaggio. È qui che da giovedì sono arrivati 156 professionisti per contendersi un montepremi di tre milioni di dollari, oltre mezzo milione al vincitore, in un momento in cui lo sport è senza dominatori assoluti, ma in un torneo con qualche protagonista che racconta bene bene il momento attraversato dal golf europeo. Patrick Reed, già protagonista di Ryder Cup incandescenti, arriva da leader della Race to Dubai dopo la scelta di rilanciare la propria sul circuito europeo. Danny Willett continua a convivere con la giacca verde conquistata nel 2016 ad Augusta, nessun major sfiorato negli ultimi trenta ed è in cerca di riscossa. Luke Donald, ex numero uno mondiale e capitano vincente delle ultime due Ryder Cup europee, rappresenta una delle figure più rispettate e forse pensa ad un finale di partita con qualche graffio.
Ci sono poi storie meno conosciute e per questo più interessanti. Quella di Jeff Overton, che dopo una grave infezione alla colonna vertebrale, anni di ospedali e riabilitazione, è riuscito a tornare nel golf quando molti lo consideravano ormai perduto e quella di Francesco e Edoardo Molinari che qui giocano sul campo dove hanno imparato il mestiere. Conoscono ogni albero, ogni bunker, ogni pendenza dei green. Edoardo, oggi vicecapitano della squadra europea di Ryder Cup, rappresenta una delle menti più rispettate del golf internazionale. Francesco torna nel luogo dove conquistò il suo secondo Open d’Italia nel 2016, due anni prima di alzare la Claret Jug a Carnoustie e diventare il primo italiano a vincere un major. Da allora l’Italia continua a cercare qualcuno capace di raccoglierne l’eredità. Matteo Manassero è tornato a frequentare i grandi tornei con risultati alterni. Guido Migliozzi ha talento e fantasia. Gregorio De Leo, Francesco Laporta, Andrea Pavan, Stefano Mazzoli e Filippo Celli, in ordine di ranking, sono le teste di ponte di una nuova generazione di potenziali campioni che giocano sul DP World Tour a un passo, molti sperano, dall’esplosione.
L’Italian Open arriva in un momento particolare. La frattura provocata dal LIV Golf continua a produrre effetti. Alcuni giocatori stanno cercando di rientrare e nel conflitto col PGA Tour e il circuito europeo, ormai mondiale, continua a svolgere il ruolo che gli appartiene da mezzo secolo, laboratorio di talenti e passaggio quasi obbligato per chi sogna di arrivare ai livelli più alti. Anche per i transfughi dal LIV. Domani qualcuno alzerà al cielo il trofeo e porterà a casa un primo premio importante. È improbabile che sia un italiano. Appena dopo, i camion della televisione ripartiranno, le tribune saranno smontate e il bosco della Mandria tornerà silenzioso come prima. Resteranno le tracce delle scarpe sull’erba e la domanda che accompagna il golf italiano da quasi dieci anni. Dopo Francesco Molinari, chi sarà il prossimo campione?