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Sorrisi e leggerezza, le armi di Peppe Poeta
“Quello che conta davvero è godersi il viaggio. Le vittorie sono la ciliegina sulla torta”, dice l'allenatore dell'Olimpia Milano al termine di una stagione coronata dal triplete. Intervista
27 GIU 26

Foto Ansa
La carriera di Peppe Poeta ha preso il volo in meno di 200 giorni. Da quando ha sostituito Ettore Messina sulla panchina dell’Olimpia, il 24 novembre, allo scudetto ne sono passati pochi di più. Eppure in quel frullatore non ha mai perso il sorriso completando il triplete italiano cominciato dal coach titolare con la Coppa Italia, aggiungendoci anche la Supercoppa nazionale e il campionato. “Non era quello che volevo quest’anno. Il mio compito doveva essere aiutare Ettore nel miglior modo e imparare il più possibile”. Il destino gli ha invece consegnato la panchina più pesante d’Italia, quella in cui se non vinci tutto fallisci e lui l’ha portata fino allo scudetto. “Più che la pressione sentivo il senso di responsabilità. Non volevo deludere chi aveva fatto questa scelta e chi mi aveva sostenuto dal primo giorno”.
Per il futuro lo aveva scelto anche Armani che però al momento di affidargli anche il presente non c’era più. La decisione l’ha presa Leo Dell’Orco e a quel punto lui non poteva certo dire che i piani erano altri. I treni vanno presi al volo, anche se il rischio di deragliare con una squadra che non aveva costruito lui c’era e infatti in Eurolega non si è andato oltre all’illusione. Quando ha ereditato la squadra da Messina non ha rivoluzionato nulla. Ha aggiunto soltanto la propria personalità. “C’erano tutte le basi per fare bene. Ettore è un grandissimo allenatore, quindi io semplicemente ho provato a portare il mio essere persona, la mia leggerezza”, racconta. E soprattutto ha trovato un gruppo disposto a seguirlo. “Gli occhi dei giocatori mi hanno sempre trasmesso fiducia. Non smetterò mai di essere grato a questa squadra dove tutti mi hanno dato qualcosa”. Il suo è un basket che nasce dal dialogo, dall’empatia, dai sorrisi. Perdona gli errori tecnici, non la mancanza d’impegno. Crede che il sorriso possa essere uno strumento di leadership tanto quanto l’autorità. Ma non pretende che il suo sia l’unico metodo possibile. “Vince Conte che è durissimo. Vince Ancelotti che è l’opposto. Non esiste una sola strada per arrivare a Roma. Ognuno deve applicare il suo credo come persona perché le maschere cadono velocemente, e sia in un verso che nell’altro se provi a mettere una maschera poi non funziona”.
Restare se stessi. Non fingere mai di essere quello che non sei e soprattutto non lasciarsi sopraffare. “Io non sono ossessionato dal vincere – racconta - le vittorie sono importanti, sono la ciliegina sulla torta, ma quello che conta davvero è godersi il viaggio”. Non è una canzone di Cremonini che suona, è l’allenatore campione d’Italia che parla. “Da giocatore non ho riempito la bacheca di trofei, ho vinto giusto una Coppa Italia a Torino, però non ho rimpianti perché mi sono goduto ogni giorno della mia carriera”. Ora prova a fare lo stesso da allenatore, anche se sulla panchina dell’Olimpia griffata Armani non è semplice. Qui c’è un obbligo: “Nelle grandi squadre vincere diventa un sollievo più che una gioia. Però la pressione è un privilegio. Quando indossi la maglia dell’Armani sei obbligato quasi a vincere, a portare a casa qualcosa. Sei sempre favorito e giocare da favorito pesa un pelino di più, anche per un leggero terrone come me…”, scherza. D’altra parte la sua carriera è sempre stata costruita sul lavoro, sull’impegno, sulla volontà. Lo racconta anche la frase di Muhammad Ali che ha sul suo profilo WhatsApp: “The will must be stronger than the skill”. La volontà deve essere più forte dell’abilità. “Non sono mai stato un giocatore di talento straordinario. Credo davvero che la determinazione possa battere il talento quando il talento non è accompagnato dalla stessa fame”. Lo ha capito a cinque anni, quando ha lanciato il primo pallone verso un canestro in una palestra di Battipaglia. Non ha neppure sfiorato il ferro, ma riprovandoci e riprovandoci è arrivato a giocare 120 partite con la maglia azzurra. “Io sono un italiano medio e non mi vergogno. Amo il calcio, il tennis, la pallavolo, la musica italiana e il karaoke”. Una persona normale anche se nel suo curriculum c’è anche una partita di calcio accanto a Cristiano Ronaldo quando erano a Torino.
E pensare che non voleva neppure fare l’allenatore. “Mentre si avvicinava il momento del ritiro avevo in mente percorsi diversi”. Furono Ettore Messina e Gianmarco Pozzecco a convincerlo che quella poteva essere la sua strada. “Messina mi ha trasmesso una metodologia e un livello di autoesigenza altissimo. Pozzecco mi ha dato fiducia e mi ha fatto capire che potevo farcela”. Ma lui non si sente un figlio unico, come allenatore ha tanti padri. Ha cercato di imparare da tutti quelli con cui ha lavorato fin dai tempi di Andrea Capobianco, che lo ha allenato tra i 14 e i 18 anni e gli ha insegnato le basi del gioco, fino a Recalcati, Scariolo, Banchi e perfino Larry Brown. “La mia fortuna più grande è stata incontrare tanti grandi allenatori. Io ascoltavo tutto come fosse il Vangelo”. Ha imparato bene e ci ha messo molto di suo. Adesso la sfida si fa più difficile, ma anche più stimolante. Deve costruirsi lui la squadra e non più rimodellare quella scelta da altri. Intanto sono arrivati RJ Cole, Darius Thompson, Devon Hall, Jason Burnell, Nikola Akele e Alec Peters. Ma i super budget delle avversarie europee (e non solo) porteranno via Brooks (Asvel), Nebo (Barcellona), LeDay (Partizan), Ellis (Ncaa), Mannion (Roma) e Shields. Sarà una mezza rivoluzione. “L’allenatore deve essere bravo a cucire il vestito migliore sui giocatori che ha”, dice pensando al futuro: "L’obiettivo in Europa sarà entrare nei primi dieci. Sappiamo che sarà difficile”. Ma in fin dei conti non era facile neppure raddrizzare la stagione. Non resta che andare in vacanza: “Il mio sogno è continuare a vivere il sogno che sto vivendo”. Non è poco.