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Mondiali 2026 •
Un Mondiale che divora i suoi allenatori con la sindrome dell’addio
In un torneo dove ogni sconfitta diventa un processo, le panchine saltano più dei palloni: da Lamouchi a Bielsa, da Clarke a Koeman, la Coppa del mondo si trasforma in una centrifuga di dimissioni e capri espiatori, mentre solo pochi resistono alla frenesia del “perdi e vai via”
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Al Mondiale partecipano in quarantotto, vince solo una. Per ora, però, chiunque perde grida al fallimento. Certo, uscire ai sedicesimi o al primo turno può essere doloroso, ma sembra che la frenesia dei club abbia ormai conquistato anche le Nazionali. Se non vinci, a casa. E sotto con un altro allenatore. Vero è, anche, che una manifestazione così densa, con partite tutte importanti e molto ravvicinate, fa vivere una squadra in perenne tensione. E ogni minuto si passa insieme, se non c’è concordia è difficile che arrivi il risultato e, senza il conforto dell’esito del campo, vengano fuori le spaccature. Se n’è andato Bielsa, l’uomo che doveva rendere poetico l’Uruguay e, invece, ha chiuso con i nervi a pezzi. Si è presentato all’ultima conferenza stampa con un dossier di documenti e ha parlato per un’ora e quaranta, come se fosse ancora possibile ricostruire il Mondiale con le carte, i numeri e le spiegazioni. Ha sostenuto che l’Uruguay avrebbe meritato sette punti anziché due, che la squadra aveva corso più degli avversari e che persino l’errore di Muslera contro la Spagna aveva una storia più complessa: la febbre del giorno precedente, il tormento del portiere, la richiesta di essere sostituito all’intervallo perché non si sentiva più nelle condizioni di aiutare i compagni.
Ma il punto non era tattico e nemmeno statistico. Era sentimentale. Nei giorni precedenti all’eliminazione erano filtrate indiscrezioni sempre più nette: i giocatori avevano chiesto di alleggerire il lavoro, meno riunioni, meno informazioni, meno rigidità. Una richiesta che, più che un aggiustamento, suonava come una presa di distanza. Il gruppo non si riconosceva più nel metodo dell’allenatore, e l’allenatore non era disposto a snaturarlo davvero. La frattura era lì, evidente, prima ancora dei risultati. Più che le dimissioni di un commissario tecnico, il racconto di un’incompatibilità. Un professore convinto di avere ancora molto da insegnare e una classe che aveva smesso di ascoltarlo. Almeno Bielsa non allenava la Corea del Sud e ha tirato fuori il suo orgoglio prima di andarsene. A Hong Myung-bo, tecnico coreano, non è stato concesso: ha lasciato la Nazionale dopo l’eliminazione nella fase a gironi, dopo che il presidente Lee Jae-myung lo aveva definito incapace, aveva accusato il sistema di privilegiare fedeltà e appartenenze rispetto alla competenza e aveva chiesto un’indagine sull’intera gestione della Nazionale. La Scozia, è vero, ha deluso. Ma forse prima di rendere triste la Tartan Army, l’esercito di tifosi che si aspettava un altro Mondiale, ha deluso Steve Clarke, che si è dimesso meno di un’ora dopo avere saputo che la sua squadra era fuori. Il paradosso è che poco prima del torneo aveva firmato un rinnovo di quattro anni. Se ne è andato dopo sette stagioni, tre grandi manifestazioni consecutive e il ritorno a un Mondiale che agli scozzesi mancava da ventotto anni. Fino al 2028 durava anche il contratto di Miroslav Koubek, ma la Repubblica Ceca è finita ultima nel proprio gruppo con un solo punto e nessuna firma vale più di fronte a quella che somiglia a una vergogna.
Da questo Mondiale sembra non salvarsi nessuno. Perdi e te ne vai. Ronald Koeman ci ha pensato un giorno, dopo la sconfitta ai rigori contro il Marocco, e ha lasciato l’Olanda, mosso anche dal bisogno di restare vicino alla moglie malata. Chi, invece, non conosceva Sebastián Beccacece non ha fatto in tempo a innamorarsene: dopo l’eliminazione dell’Ecuador contro il Messico ha lasciato pure lui. Il contratto era arrivato alla scadenza naturale, lui non era ben visto in patria, ma dice che lasciando la squadra “lascio una famiglia”, e vedendo la Nazionale in campo forse ha ragione lui, ma il torneo è finito e con lui è finito il tempo concesso al progetto. E se sembra tutto troppo, peggio ha fatto la Tunisia, che non ha neppure aspettato l’eliminazione: Sabri Lamouchi è stato esonerato dopo la prima giornata, travolto dal 5-1 contro la Svezia. Una partita, una sconfitta e il cambio immediato, con Hervé Renard chiamato a guidare la squadra per il resto del torneo. Senza nessun cambio di marcia.
In mezzo a questa collezione di addii, Julian Nagelsmann ha scelto la strada contraria. La Germania è uscita contro il Paraguay, ancora una volta molto prima di quanto ritenga accettabile, e intorno al commissario tecnico sono ricominciati i processi. Lui, però, ha detto di non volersi dimettere. Ha un contratto fino al 2028 e continuerà, se la Federazione vorrà ancora affidargli la squadra. Non ha negato la gravità della sconfitta e non ha chiesto indulgenza. Ha soltanto rifiutato l’idea che l’eliminazione obblighi automaticamente alla fuga. Ha scelto di marcare la differenza tra l’assumersi una responsabilità e trasformarsi in un capro espiatorio. Ma non è questo il torneo giusto. Qui è tutto affossamento o esaltazione. Ad esempio, ora il guru è Jesse Marsch, che ha ovviamente il vantaggio del vento in poppa. Dopo il gol di Eustáquio nel recupero contro il Sudafrica, con il Canada qualificato per la prima volta agli ottavi di finale, ha riunito giocatori e staff in cerchio, sul prato, davanti alle telecamere: “Oggi siete eroi canadesi. Eroi canadesi per i bambini di questo Paese che in futuro giocheranno a calcio. Questo sport ha un grande futuro grazie a voi. Dovete essere orgogliosi di ciò che siete e di questa partita: non avete mai smesso di crederci, avete continuato ad attaccare, azione dopo azione, momento dopo momento. Siete eroi canadesi”. Era un discorso pubblico, dichiaratamente retorico, quasi costruito per diventare un frammento della memoria collettiva canadese. Una furbata? Marsch ha risposto che non gli importava nulla di chi considerava quella scena una recita. Ha scelto una retorica opposta a quella degli addii, dei fallimenti e delle colpe. Mentre altrove gli allenatori spiegavano perché non potevano più restare, Marsch ricordava ai suoi uomini perché erano ancora lì.
E magari non è un caso che, dall’altra parte del tabellone, continuino a camminare Didier Deschamps e Lionel Scaloni. Possono incontrarsi soltanto in finale, come quattro anni fa, in molti pensano che lo faranno. Il francese guida la sua Nazionale dal 2012, ha già annunciato che questo sarà il suo ultimo torneo e ha attraversato vittorie, sconfitte, polemiche e ricostruzioni senza che ogni passaggio a vuoto imponesse di ricominciare da zero. L’argentino, arrivato nel 2018 come soluzione provvisoria, toccherà contro Capo Verde la centesima panchina, dopo avere vinto due Coppe America e un Mondiale, dopo che l’Argentina è diventata la “Scaloneta”, una Nazionale con un cognome. E se, quindi, cambiare a ogni sconfitta non fosse la soluzione.