Cosa insegna Francia-Paraguay del 1998 a quella di sabato sera

Ventotto anni fa il ct transalpino era in campo nella sfida contro Chilavert e compagni. A quasi tre decenni di distanza la Nazionale sudamericana non è cambiata. Ne sa qualcosa la Germania
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Ultimo aggiornamento: 12:31
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Foto Ap, via LaPresse

Fra i tanti déjà vu del Mondiale, la Francia non pensava che avrebbe rivissuto quella seduta dal dentista che è stato lo scontro con il Paraguay nel torneo casalingo vinto ventotto anni fa. Tutto pareva apparecchiato, infatti, per l’ennesimo derby con la Germania dalla storia confinante, bellica, ideologica: e che l’avessero ospitato solo gli ottavi di finale, non una vetrina più nobile, sarebbe stata l’ennesima beffa di un cartellone troppo sfacciato per essere meramente casuale.
Invece le parate di Orlando Gill, la feroce applicazione difensiva sudamericana (eufemismo per: doppio pullman parcheggiato in area), gli errori in maglia bianca e, non ultimo, il solito dramma dei rigori hanno consegnato a Didier Deschamps e al suo ingiocabile quartetto di solisti offensivi un’esperienza che lo stesso mister aveva vissuto dal campo. E che c’è da essere sicuri non ripeterebbe volentieri, salvo l’esito.
Era un 28 giugno torrido come l’ultimo scorso, quello del 1998, nel minuscolo stadio di Lens. I transalpini, forti del tifo, non avevano la formazione più forte in assoluto, a differenza di quella attuale. C’era il Brasile di Ronaldo, e la Francia mancava di Zinédine Zidane, squalificato dopo un fallo di reazione contro il Sudafrica. Ma pure era la squadra di Thierry Henry, di David Trezeguet, di Youri Djorkaeff che rimpiazzava il franco-algerino.
Di fronte, un muro: José Luis Chilavert, massiccio e carismatico portiere biancorosso, che calciava punizioni e rigori. Il suo ascendente smisurato non lo aveva ancora portato a voler diventare presidente populista.
Una pratica da sbrigare in pochi minuti, nelle intenzioni, diventò un’estenuante schermaglia tattica, dove ogni centimetro quadrato – per dirla col Raimundo Blanco nizzardo di Enrico Brizzi, allora in libreria- diventava luogo di conflitto. La resistenza paraguayana era fatta di difensori che tra loro parlavano guaraní allo scopo di non essere intercettati dai baschi francesi e dagli ispanofoni che bazzicavano la Liga. Carlos Alberto Gamarra, Celso Ayala, “el Toro” Roberto Acuña scesero in campo intenzionati a non lasciar passare manco uno spiffero. Nel caso, avrebbe pensato Chilavert a bloccare una palla che si faceva minuscola tra mani e torace, prima del rinvio lungo a cercare gli isolati attaccanti nei rari contropiede. Allora come oggi, il Paraguay asseconda la propria vocazione: non far giocare l’avversario.
“Nada, nada!”, non è successo niente, urlava Chilavert ai suoi per infondere fiducia dopo ogni cross rimpallato, ogni conclusione distante di Bernard Diomède, di Stéphane Guivarc’h. Montavano le allucinazioni da calore e tutto faceva il gioco degli underdog: l’aiuto del palo, gli appelli ai santi di un Paese profondamente cattolico e pure così pagano.
I latinos costrinsero i futuri campioni del mondo ai tempi supplementari. E solo al 114esimo minuto, mentre avanzava inesorabile lo spettro degli undici metri, su cross di Robert Pirès il centravanti della Juventus staccò di testa per un assist ravvicinato a Laurent Blanc, il cui piattone destro trovò la via della rete tra le lacrime dell’Albirroja.
Rivedendo il Paraguay 2026 che ha fatto scudo ai tentativi turchi, non si è fatto male con l’Australia e ha ribaltato con la speculazione e un tot di fortuna il pronostico filotedesco, è facile pensare che anche Kylian Mbappé, Ousmane Dembélé, Michael Olise e Bradley Barcola possano trovare problemi nello sfondare la barriera del sorprendente Gill. Nessuno più di Deschamps sa che urge segnare prestissimo, magari presto raddoppiare, altrimenti la stagnazione giocherà contro la logica.