Inizia il Tour de France, quel sogno dei pomeriggi di mezza estate

La Grande Boucle parte da Barcellona e riaccende il vecchio rito dell’estate: sogni che nascono al mattino, si compiono al pomeriggio e scorrono sulle strade francesi, dove Pogacar, Vingegaard, Evenepoel e il giovane Seixas inseguono la loro idea di storia

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Al Tour de France 2026 Tadej Pogacar pedala per conquistare la sua quinta Grande Boucle (foto Epa, via Ansa)

Va, Filostrato, sprona alla gioia i giovani di Francia, sveglia l’agile e impertinente spirito dell’allegria, spedisci ai funerali la pallida malinconia: quella guastafeste non si addice al nostro splendore. Ippolita, con la bicicletta ti ho fatto la corte, ho conquistato il tuo amore con la forza, ma voglio sposarti in modo assai diverso: con gran pompa, gioia, e festa.
Fosse nato in un’altra epoca, ai giorni nostri o nel secolo scorso, William Shakespeare probabilmente non avrebbe fatto dire questo a Teseo all’inizio di “Sogno di una notte di mezza estate”. Poco male. Non è mezza estate, l’estate è all’inizio e quindi si può ancora ardire di fantasia. Luglio è iniziato e i sogni si fanno di mattina. Almeno chi crede che luglio è mese soprattutto francese. Almeno chi al massimo si concede la curiosità di sbirciare i risultati che arrivano dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Si sogna di mattina, o meglio si immagina di mattina, ciò che non ci si può perdere il pomeriggio, il momento nel quale i sogni di inizio estate prendono forma grazie alle ruote che scorrono in quella tela di strade al di là delle Alpi. Luglio è il momento del Tour de France e il Tour de France è stato, è, continuerà a essere il motore immobile della nostra fantasia, del nostro interesse, un’abitudine pomeridiana irresistibile. Il Tour de France 2026 parte oggi da Barcellona, si muoverà per due giorni e mezzo sugli asfalti spagnoli, poi tornerà a scorrere lì dove è nato e continua a offrirsi nel suo abito migliore.
Il Tour de France è uomini e biciclette, è storie di uomini in bicicletta che percorrono pianure, accarezzano il mare lungo strade costiere, sfidano il caldo canicolare dei dipartimenti interni della Francia e l’asfalto semi liquefatto di quelle zone, superano colline e montagne, salite e discese. È una storia ultra secolare, iniziata nel 1903 e non ancora terminata. Una storia che ha i suoi miti e i suoi demoni, gli eroi lasciamoli altrove, finiscono sempre male gli eroi.
Il Tour de France però ha a che fare soprattutto con l’immaginazione, con il sogno. Perché l’estate, con i suoi ritmi più lenti e più sudati, è la stagione nella quale ci si libera della vicinanza e la mente viaggia, e spesso pure noi, verso un altrove che sino a poche settimane prima ci sembrava distantissimo. E la Grande Boucle è un altrove salgariano, un viaggio ciclistico tra nomi che suonano strano, a volte dolci a volte cattivi, tra scenari più ampi, spesso disabitati, così lontani per forma e dimensioni di quelli italiani che scorrono davanti ai nostri occhi a maggio, al Giro. Sarà forse perché, almeno all’epoca delle nostre estati bambine, i corridori che vedevamo animare le salite francesi non erano quelli che animavano quelle nostrane. Sarà forse perché ciò che è lontano sembra sempre più attraente di ciò che ci sta a fianco. Sarà forse perché le nostre giornate nelle nostre estati bambine erano lunghe e spensierate e quelle ore davanti al televisore erano prive, prima e dopo, di rogne o incombenze.
Certo è che il Tour se ne frega della nostalgia, guarda sempre avanti con la sicurezza, anche se c’è stato un momento che questa era più sicumera che sicurezza, di chi sa di essere stato il primo, la prima grande follia sui pedali della storia, e non teme nulla.
Le nostre estati gialle ritornano di anno in anno. Il nostro sogno di pomeriggi di inizio estate si rinnova ogni luglio e ogni luglio posiamo gli occhi su qualunque dispositivo ci faccia vedere le sorti dei corridori che si dannano nel caldo appiccicoso francese per provare a raggiungere la maglia gialla, una vittoria di tappa, oppure solo qualche fuga per testimoniare al mondo intero – ed è proprio il mondo intero visto che è l’evento annuale più seguito del pianeta – di essere lì, di pedalare al Tour de France. Perché al Tour de France pedalano tutti i migliori corridori al mondo, ed essere lì, per molti, è qualcosa che si avvicina al sogno.
Al Tour de France 2026 il sogno di Tadej Pogacar è quello di raggiungere la storia, di raggiungere Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain a quota cinque successi, di essere, tra loro, il più vincente di sempre (certo ci sarebbe Lance Armstrong, ma hanno deciso che al posto dei suoi sette successi rimanesse solo un niente tinto di giallo). Un pensiero stupendo, quello dello sloveno, uguale e contrario a quello di Jonas Vingegaard che verso Parigi insegue una doppietta Giro-Tour anch’essa storica. O a quello di Remco Evenpoel che lo condurrebbe alla prima vittoria alla Grande Boucle. Nessuno dei tre però può competere con quello di Paul Seixas, al via del suo primo Tour a nemmeno vent’anni e già sulla scia dei più forti, quarant’anni dopo dall’ultimo corridore francese capace di salire sul gradino più alto del podio di Parigi. Paul Seixas si godrà la sua prima Grande Boucle da imbucato, con il cuore libero dato dalla consapevolezza di avere una meravigliosa scusante: ho diciannove anni, alla mia età gli altri nemmeno correvano tra i professionisti. Una libertà non da poco. La libertà che è concessa solo al sogno.