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L’ultimo Cavallo Pazzo del calcio. Intervista a Luciano Chiarugi
“Il chiarugismo mi ha fatto più male di tanti difensori. Il calcio è stato il sogno della mia vita”, dice l'ex ala di Fiorentina, Milan e Napoli
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Chiarugi nel 1970 (Foto ANSA)
Luciano Chiarugi, in paese si tramanda di padre in figlio che la Freccia di Ponsacco fosse predestinata a fare il nobile mestiere del falegname…
“Là dove sono nato tutti facevano mobili. Non a caso, per la squadra di calcio avevano il nome di Mobilieri Ponsacco. Nella mia famiglia con il legno lavoravamo tutti. Io provavo a imparare il mestiere da uno dei miei fratelli che si era messo in proprio. Loro militavano negli allievi del Ponsacco. Io andavo al campo solo per divertimento. Accadde che l’allenatore, cognome e nome Morisco Pasquale, vedendomi palleggiare e calciare, disse a uno dei miei fratelli che a Firenze c’era un nucleo di addestramento di aspiranti calciatori, diretto dall’ex viola Cinzio Scagliotti. Sembrava una missione impossibile. A Ponsacco non passava il treno. Dovevo andare ogni volta prima a Pontedera. Eravamo in quattro a fare su e giù. Uno era quell’Adriano Lombardi che sarebbe diventato uno dei capitani più amati dell’intera storia dell’Avellino. Abbiamo riscritto la canzone: uno su due ce la fa”.
A Firenze lo stadio dei grandi lo frequenta da raccattapalle…
“Era il premio per quelli che nelle giovanili si erano distinti per il comportamento. Capitava che fallissimo la presa, incantati, come eravamo, dai grandi campioni che avevamo davanti: Giuliano Sarti, Francisco Lojacono, Armando Segato, Kurt Hamrin. Mi vengono ancora i brividi a ripensare allo stupore di un bambino miracolosamente ammesso alla corte degli eroi. Una parte cospicua del nucleo di addestramento di Scagliotti, Mario Bertini, Claudio Merlo, Salvatore Esposito, Ugo Ferrante, Pierluigi Cencetti e me, sarebbe diventata protagonista di quella Fiorentina yé yé, destinata a conquistare, di lì a qualche anno, uno scudetto mai più ripetuto”.
Era l’11 maggio 1969. Lei, già ribattezzato “Cavallo Pazzo”, a Torino realizza il primo dei due gol che annientano la Juventus e aprono le porte del paradiso dipinto di viola…
“Di quella partita ricordo una vigilia molto particolare. Stavamo scegliendo il film da andare a vedere, quando Bruno Pesaola ci disse che saremmo andati all’Ippodromo, dove correva il cavallo di proprietà del nostro bomber Mario Maraschi. Ho ancora davanti agli occhi lo stadio tinto a metà di bandiere con il giglio, il mio gol al minuto 48, l’assist a Maraschi per quello successivo, il triplice fischio, il risultato della partita del Cagliari catapultato dalle radioline, l’apoteosi. Giancarlo De Sisti, Claudio Merlo, Amarildo Tavares, tutti noi e i tifosi che nello stesso istante scoppiano in lacrime, la voglia di tornare subito a Firenze, il dirottamento del pullman a Milano per la Domenica Sportiva, i tifosi ad aspettarci in massa alle 4 di notte e, la mattina dopo, tutta la città risvegliatasi bardata a festa. E pensare che in principio sembrava un’annata dannata. Prima che iniziasse il campionato mi si era spaccato il capitello del gomito e Pesaola, durante i due mesi di assenza, aveva trovato la quadra e io feci maledettamente fatica a rientrare”.
L’anno dopo, lei fu escluso dalla lista dei convocati per Glasgow, dove la Fiorentina compromise ai quarti di finale la corsa in Coppa dei Campioni perdendo per 3 a 0 contro il Celtic…
“Pesaola mi spedì a fare i fanghi ad Abano Terme. Credo che si sia pentito anche lui di quella scelta da tutti considerata irragionevole, anche perché il Celtic difendeva alto e io con la mia velocità avrei potuto fargli male. Due settimane dopo, lo stremato Chiarugi tornò vivo, vegeto e, a fuor di popolo, titolare. Vincemmo con un mio gol, ma la rimonta si interruppe lì”.
Dopo sette stagioni, Glasgow esclusa, indimenticabili, la costringono a fare in quattro e quattr’otto le valige…
“Nils Liedholm non mi considerava adatto al suo calcio. Il Milan bruciò l’Inter in contropiede e finii alla corte di uno straordinario uomo di calcio. Nereo Rocco, la prima volta che mi vide, lui grande e grosso e io con il mio 1,70 e i 6 chili persi per lo stress da incompatibilità, spalancò gli occhi, che non aveva particolarmente grandi, e mi chiese perplesso “Tutto qui il campione?”. Era stato uno choc per me venir via da Firenze. Mi ero sposato con Laura. Era nata Cristiana e, nel giro di tre stagioni, sarebbero venuti al mondo anche Matteo e Francesco. Rocco fece il miracolo. Recuperai in fretta chili e autostima, tornando protagonista in quella squadra di campioni”.
Dove lasciò un segno indelebile, realizzando a Salonicco, direttamente su punizione, il gol che valse la conquista della Coppa delle Coppe contro il Leeds…
“Erano passati solo sei minuti. La posizione non era adatta a un mancino, ma ebbi una sorta di premonizione. Ero sicuro di segnare. Gianni Rivera voleva tirarla lui e mi indicò i giocatori ammucchiati dentro l’area per la ricezione. Insistetti, calciai, non una parabola a effetto sopra la barriera come mio solito, ma un tiro secco nell’unico angolo libero e visibile, dove c’era il portiere. Il campo era ancora inzuppato di pioggia e il pallone schizzò subito prima di arrivare fra le braccia di David Harvey che, bontà sua, lo lasciò passare”.
Altre quattro stagioni da incorniciare e il solito finale…
“Al Milan arriva il re del tubo Vittorio Duina. Dicevano che a volerlo alla presidenza fosse stato Rivera. Alla fine della stagione ci ritrovammo nella sua sfarzosa dimora di campagna per una battuta di caccia. C’erano Rivera, Karl-Heinz Schnellinger, uno stuolo di consiglieri d’amministrazione e Gianni Brera, che si disse pentito del malefico augurio, espresso subito dopo il mio esordio in Nazionale contro la Germania, di non rivedermi sotto nessuna veste a Messico ‘70”.
Quello stesso Brera che aveva definito le sue cadute in area “lazzi da morituro”…
“Quella del presunto cascatore era una leggenda metropolitana, messa in piedi dall’arbitro Alberto Michelotti da Parma, che introdusse nel vocabolario del pallone il dispregiativo chiarugismo. Un’assurdità che mi complicò non poco la carriera. Un passaparola muto impose a tutti di non assegnarmi un rigore, anche se mi avessero ridotto in frantumi”.
Torniamo alla caccia e ai cacciatori…
“Ero, oltre che un calciatore affermato, un appassionato cacciatore. Avrei dovuto sentirmi a mio agio in quella situazione. E, invece, avevo intuito che il benservito era dietro l’angolo. Mi appartai con il presidente e gli dissi a bruciapelo che avevo capito tutto. Lui giurò su quanto aveva di più caro che non era vero. Sarei rimasto al Milan sino alla fine della carriera. Gli proposi, allora, una scommessa unilaterale. Se fossi andato via, avrebbe dovuto risarcirmi con quel fucile, con cui vanitosamente cacciava. Finì che passai al Napoli, in cambio di Giorgio Braglia, un centravanti perfetto per le divine rifiniture di Rivera. A volermi a Napoli fu proprio Pesaola, l’allenatore dello scudetto e dei fanghi ad Abano. Era un altro cerchio che si chiudeva. Quanto al fucile risarcitorio, un mese dopo il mio arrivo a Napoli, mi telefonò mio cognato annunciandomi, che un pacco con dentro un fucile era stato recapitato nell’azienda agricola del Mugello, la stessa dove ora vivo”.
Caro Chiarugi, che cosa le è rimasto del calcio?
“È stato un sogno che si è avverato. È una gioia, che non dura per tutta la vita, ma si propaga nel tempo se lasci un ricordo positivo. Non sono stato un cascatore, ma un calciatore che ha cercato di assecondare il talento con la passione che gli scorreva dentro. Credo di essere stato un professionista sino all’ultimo soffio di energia. Ricordo con orgoglio il contributo che ho dato nel far salire la Rondinella e la Massese, in Serie C, quando ero vicino alla soglia dei quarant’anni. Ci sono compagni d’avventura che più degli altri mi sono rimasti nel cuore. Non tutti hanno nomi altisonanti: Massimo Mattolini, Claudio Vinazzani, Beppe Savoldi, la cui famiglia è diventata amica della mia. Giunto alla soglia doppia degli ottant’anni, ho capito che fare del bene dà un senso alla vita, anche più di quei gol che hanno fatto felici decine di migliaia di persone. Per tutto quello che ho avuto ringrazio Dio. Quel Dio che mi è stato accanto in tutti i momenti bui. La fede mi ha sempre accompagnato. Oltre la gloria. Oltre i ricordi. In tutti i campionati della vita”.