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Il cambio di passo al Milan si è visto nella presentazione di Amorim. Basterà
"L’obiettivo era rivedere la nostra organizzazione e il modo di vedere il calcio. Ci sarà molto altro di nuovo", ha detto Gerry Cardinale, che questa volta ha voluto esserci il giorno del debutto davanti ai microfoni del nuovo allenatore dei rossoneri

Foto Getty
Chi si era seduto su quella poltrona negli ultimi anni non era mai stato accompagnato da Jerry Cardinale in persona. A Ruben Amorim la nuova vita al Milan presenta subito onori e oneri. Perché essere prima accolto a Milanello e poi accompagnato a Casa Milan dal numero uno di RedBird, proprietario del club rossonero, ha un significato preciso. Cardinale non c’era con Fonseca e neppure con Allegri, aveva mandato avanti altri. Oggi scende in campo in prima persona e prende pure la parola per primo: “Avete visto quante cose sono cambiate nell’ultimo mese. L’obiettivo era rivedere la nostra organizzazione e il modo di vedere il calcio. Ci sarà molto altro di nuovo. Il primo punto era proprio l’allenatore. Abbiamo fatto sei mesi di lavoro concentrato in un mese. Tutto questo significa fare uno sforzo per rivedere il rapporto tra allenatore, management e proprietà. Dobbiamo riportare il Milan al suo grande e glorioso passato. Noi giochiamo per vincere, non per non perdere. Deve essere il nostro stile di calcio, dev’essere un calcio eccitante, entusiasmante e bello. Vorrei creare una nuova cultura. Stop col passato. Il nostro team ha una grande profondità, molte figure, ho portato le persone migliori a casa del Milan. Siamo felici di iniziare questo percorso con Ruben”.
Viene da chiedersi dove fosse quando un anno fa si decise di ingaggiare Allegri e quando sette mesi fa non aprì la cassa per un mercato invernale che potesse rinforzare davvero una squadra fino ad allora in testa alla classifica. Il fatto che si sia svegliato dal letargo è un bel segnale per il Milan, i cento milioni, spesi per i primi due acquisti, sono un altro segnale importante. È come se Cardinale volesse dire che da oggi nulla sarà come prima. Fino a ieri non c’era e se c’era dormiva, ma che adesso le cose cambieranno e l’obiettivo sarà di tornare a vincere e convincere. Un programma lungo, ma una svolta che dovrà dare subito dei risultati. Piena fiducia alla nuova squadra operativa (Ibra resta consigliere personale del capo, un po’ come Ben Affleck e Matt Damon per le cose di cinema) e al tecnico che si scusa per non parlare italiano, ma promette di darci dentro per rispetto della nostra cultura. Ha detto proprio così e va rispettato. Gireremo la registrazione a Fred Vasseur, ma quello è un problema della Ferrari.
Amorim si definisce un allenatore happy. Non hippy, proprio happy: felice di essere al Milan, una squadra che ovviamente ha sempre amato dopo il Benfica. Parla di Ancelotti, Sacchi, Capello ma anche della delusione che gli diede il Milan andando a vincere una Champions (quella del maggio 1990) proprio contro il suo Benfica. “Cardinale non mi ha messo per niente pressione… - dice sorridendo - Mi ricordo tanto del Milan di una volta, ho guardato tantissimo Sacchi, il suo stile, ha portato tantissime nuove idee, ricordo Capello con una squadra incredibile, non perdevano mai. Il passato del Milan è un insieme di giocatori straordinari. Sento il piacere e la responsabilità. Ci sono delle frasi piene di significato, ma poi bisogna far corrispondere le azioni. So bene che questa è una sfida, significa appartenere alla storia di qualcuno. Sono felice, e mi dico che sarò felice a prescindere da cosa succederà”.
Cardinale gli avrà anche messo pressione, ma lui non scappa: “Vogliamo vincere la seconda stella, sappiamo che sarà dura. Non so se sarà la sfida più difficile. Il primo obiettivo reale adesso è proporre un calcio dominante”. Dominante è la parola che usa più spesso quando spiega il suo Milan. Meglio non dirgli che lo aveva promesso anche Fonseca. A proposito non ha sentito i due predecessori portoghesi perché preferisce farsi lui un’idea diretta. Forse è per quello che sta rivedendo un po’ di partite della stagione scorsa. A Milano, sull’altra sponda, hanno ottimi ricordi di un altro portoghese: “Sono del tutto diverso da Mourinho, anche se da lui ho imparato moltissimo. Ogni allenatore ha il proprio stile di gioco. Ho tanto rispetto per Mou, penso di poterlo chiamare amico ma non aspettatevi un Mourinho da me, anche se mi piacerebbe vincere quanto lui”. Meglio così.
Parla di progetto a lunga scadenza, ma promette risultati immediati: “Spero si possa vedere la mano dell’allenatore fin dalla prima partita di campionato. Sarà difficile, ma l’obiettivo è di incidere subito sul gioco. Voglio andare full gas fin dall’inizio. Io voglio essere dominante sull’avversario, voglio recuperare il pallone più velocemente possibile, un calcio bello da guardare e far divertire i tifosi”.
Racconta di non aver dato dei nomi, ma dei profili per il mercato. Gonçalo Ramos esaudiva un suo desiderio. “Mi piace perché mette la squadra davanti a tutto”. Definisce Leão un giocatore con la G maiuscola, si aspetta grandi cose da Pulisic e attende una risposta da Modric (“E’ un punto fondamentale per noi, non dico che farà tutte le partite ma vogliamo contare su di lui”) con cui ha parlato due volte. Gli altri, anche i giovani, li valuterà nelle prime amichevoli: “Perché prima di andare a cercare fuori, va capito che cosa abbiamo”. Con i giocatori si augura di poter instaurare un buon rapporto: “Cercherò di essere onesto e corretto perché è così che si ottiene il rispetto. Mi piace il contatto umano, il contatto con la loro vita, con le loro famiglie. Tutto questo farà bene allo spirito di squadra e ci aiuterà a vincere”.
Le parole sono quelle giuste. L’ombra di Ibra non si è vista. Cardinale sembra davvero voler essere presente. Pur con tutte le incognite che lo accompagnano, sembra un progetto complicato, ma merita rispetto perché stavolta il proprietario (un manager che frequenta la Casa Bianca, non l’ultimo scappato di casa) ci ha messo la faccia in prima persona. Anche se nel calcio, si sa, non c’è tempo per aspettare. E forse, farlo meno strano, magari con gente che conosceva la nostra Serie A, avrebbe dato qualche garanzia in più.