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c'era una volta •
L'ultima volta che l'Italia non si vergognò di fare l'Italia. A 20 dal Mondiale 2006
Quella di Marcello Lippi è stata una Nazionale che, in un periodo in cui il calcio aveva iniziato a mutare, non ha avuto paura di riallacciarsi alla sua tradizione, che si disinteressava del bel gioco e pensava a non prendere gol
9 LUG 26

Foto Ansa
Il problema dei luoghi comuni è che di tanto in tanto hanno ragione. E nulla è più fastidioso di dover ammettere l’esattezza proprio di quelle frasi fatte che si sono avversate per una vita intera. Una legge ferrea che trova particolare applicazione nel calcio. Soprattutto in Italia, un paese da cinquanta milioni di commissari tecnici che deve fare i conti con una Nazionale sparita, dissolta, marginalizzata. Sono passati venti anni esatti da quel 9 luglio del 2006, quando il cielo sopra Berlino si era tinto d’Azzurro. E oggi quella tonalità è scolorita fino a diventare tenebra. I frutti di quell’impresa si sono scoperti avvelenati, l’eredità evaporata. Chi sperava che quel successo potesse essere l’inizio di un’era è rimasto deluso. Molto. Perché la vera forza di quella Nazionale non è mai stata compresa davvero. Quella di Marcello Lippi da Viareggio è stata l’ultima Italia che non si è vergognata di fare l’Italia. È stato un gruppo che, per caso o per convinzione, è diventato soverchiante incarnando tutti quegli stereotipi che il paese ha cercato di combattere. È una storia tecnica. Ma non solo.
Prima dell’estate del Mondiale è arrivata l’estate di Calciopoli. Le chiacchiere da bar diventano paurosamente vere e verosimili. Moggi si scopre metodo. E gli eroi di quell’Italia sono proprio i simboli di quella Juventus condannata e poi retrocessa. Buffon, Zambrotta, Cannavaro (che difenderà l’ex dipendente delle Ferrovie dello Stato a spada tratta), Camoranesi, Del Piero e, soprattutto, Lippi. È una situazione che eleva a sistema due (falsi) miti in una volta sola: quello dell’Italiano istrione, traffichino e geniale, capace di piegare la realtà a suo favore come nelle barzellette, e quello dell’italiano che dà il meglio di sé nelle difficoltà. "Se non ci fosse stato lo scandalo in Italia, noi il Mondiale non lo vincevamo – dice Gennaro Gattuso dopo aver alzato al cielo la Coppa – Tutte le nostre squadre avevano e hanno dei problemi con la giustizia sportiva, noi abbiamo dato qualcosa in più per questo motivo". Ma è anche una squadra che, in un periodo in cui il calcio aveva iniziato a mutare, non ha avuto paura di riallacciarsi alla sua tradizione. E lo ha fatto a modo suo, non copiando, ma reinterpretando.
Quell’Italia aveva già imboccato la parabola discendente del proprio talento. Maldini, Panucci, Vieri e Montella si erano fermati al 2002. La squadra che ha vinto in Germania era nobile e operaia in parti non sempre uguali. La qualità di Buffon, Nesta, Pirlo, Totti e Del Piero era sostenuta dalla cinetica di Zambrotta, di Camoranesi, di Perrotta, di Gattuso (e quando ha giocato di Barone). Quello proposto dagli Azzurri non era catenaccio in bianco e nero, roba da vecchie cartoline. L’Italia non si difendeva chiudendosi con la catena e il lucchetto, ma con degli elastici pronti a rinculare e poi schizzare in avanti. Era sporca e cattiva, a tratti anche brutta, con due linee da 4 che si stringevano, con gli attaccanti che rientravano e i difensori che segnavano più degli attaccanti (Toni e Materazzi saranno i capocannonieri con due reti). Così concreta da diventare cinica, l’Italia di Lippi non guardava al bel gioco, pensava a non prendere gol. In sette partite ne ha subiti appena due. Di cui uno messo a segno da un suo stesso difensore, Zaccardo. La tenuta era diventata la sua cifra. Con la piccola roccia Cannavaro a cui si affiancava Nesta, l’ultimo erede di quella stirpe reale di difensori che aveva trovato la sua linea dinastica in Scirea-Baresi-Maldini. Ed è proprio qui che è arrivato il plot twist da romanzo. L’infortunio di Nesta ha aperto la porta a Materazzi. Il principe ha lasciato il posto al pirata, al centrale con la faccia da cattivo dei film western. Il risultato finale è storia.
Quel successo non verrà ricordato per i colpi di Totti, per i gol alla Del Piero, per le incornate di Toni. È il successo del difensore duro, malandrino, furbo, scorretto. Insomma, l’Italia vinse perché accetto il proprio stereotipo e lo portò alle estreme conseguenze: difesa, mestiere, furbizia, resistenza, un po’ di teatro e un’enorme capacità di stare dentro il dolore della partita. Tutte qualità che oggi sembrano dilapidate.