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il racconto della 6a tappa •
Una giornata da Tadej Pogacar al Tour de France
Il campione del mondo vince la sesta tappa del Tour de France 2026 dopo 42 chilometri di solitudine tra i Pirenei: è la nuova maglia gialla. Jonas Vingegaard perde oltre due minuti e mezzo, Evenepoel, Seixas, Ayuso e Del Toro quasi tre

Foto Ap, via LaPresse
Quando a quarantatré chilometri dall'arrivo Isaac Del Toro ha accelerato il ritmo, rendendolo tagliente, il primo a voltarsi indietro per vedere cosa accadeva alle sue spalle è stato Remco Evenepoel. Poi è stato il momento di Jonas Vingegaard, infine quello di Paul Seixas. Guardarsi alle spalle forse non è un segno di resa, senz'altro è un'attestazione di inferiorità ciclistica. Solo per un corridore il guardarsi alle spalle non era un'attestazione di inferiorità ciclistica: Isaac Del Toro. Quando a poco meno di cinque chilometri dalla cima del Col du Tourmalet, il messicano si è girato era per sincerarsi della posizione del suo capitano, Tadej Pogačar, e per gustarsi con i propri occhi lo sfacelo che aveva realizzato. Il suo capitano era lì, tranquillo alla sua ruota. Gli altri avevano iniziato a disperdersi lungo l'asfalto di quella magnifica salita che si arrampica fino a 2.115 metri sul livello del mare e che è entrata nella geografia del Tour de France nel 1910 e da allora non è più uscito.
L'unica testa che non si è guardata indietro è stata quella di Tadej Pogačar. Non ne aveva bisogno, sapeva benissimo come sarebbe andata a finire. Non ha nemmeno quasi più bisogno di scattare Tadej Pogačar. Quando lo fa nessuno lo segue, perché ad avvicinarsi troppo al fuoco del ciclismo ci si brucia. Quando non lo fa è perché i suoi compagni hanno già fatto una mezzo massacro di gambe e polmoni e a lui basta incrementare ancora il ritmo.
I suoi rivali lo sanno, hanno preso le misure. Corrono per evitare di farsi troppo male, per poter portare a termine nel miglior modo possibile la loro tappa e la loro corsa. Credere di battere il più forte assomiglia a un'utopia. Un'utopia però è una buona ragione per continuare a correre, a continuare a credere che un giorno o l'altro anche il migliore avrà una battuta a vuoto.
Sarà per un altro giorno, forse. Chissà. Perché oggi, lungo i chilometri che salivano verso la cima del Tourmalet, lungo quelli che scendevano verso Luz-Saint-Sauveur e infine quelli che risalivano quell'infinito fondo valle che portava a Gavarnie-Gèdre, ai piedi del Pic Mourgat, Tadej Pogačar si è concesso una lunga e fruttuosa solitudine. Chilometri passati a pedalare tra i suoi pensieri, tra gli allez del pubblico – un pubblico che se ne è fregato della maestosità del campione del mondo e della sofferenza di tutti gli altri, hanno applauditi tutti – verso un finale che si era immaginato, che aveva sperato di vivere, anzi rivivere. Tadej Pogačar ha oltrepassato per primo la linea di arrivo, si rivestito di giallo, ha ripetuto sui pedali, senza bisogno nemmeno di pronunciare alcunché, un concetto semplice: il Tour è mio e lo gestisco io, quindi giù le mani e state al vostro posto. E il posto di tutti gli altri è alle sue spalle.
Aver aspettato Jonas Vingegaard per 2'38”, Isaac Del Toro, Remco Evenepoel, Paul Seixas, Florian Lipowitz, Juan Ayuso e Mattias Skjelmose per 2'57”, ha significato che il messaggio è stato ricevuto chiaramente.
Eppure tutti questi che oggi a Gavarnie-Gèdre sono arrivati con il volto scuro nel vedere il contasecondi che impietoso riportava la distanza tra loro e lo sloveno, dovrebbero ascoltare la montagna. Perché proprio a Gavarnie fu la montagna, il Pic Mourgat, a suggerire a Henry Russell, o almeno così lui ha scritto, che i Pirenei potevano essere camminati e scalati, nonostante quello che tutti sino a quel momento, era il 1857, sostenevano: “Sono montagne assassine”. Rise la prima volta che glielo dissero. Continuò a farlo per tutta la vita. Mentre si avvicinava alla morte, nei primi mesi del 1908, scrisse all'amico Marcel Proust: “Morirò, certo, ma non per colpa dei Pirenei”. Continuò: “È una stupidaggine pensare che qualcosa sia impossibile da realizzare. Certamente alcune cose sono problematiche, ma noi abbiamo la fantasia dalla nostra”.
Ci vorrà fantasia per tutti. E non è detto che possa bastare.
Ci vorrà ben più di un po' di fantasia invece a Torstein Træen per continuare a pedalare in questo Tour che lo ha visto per due giorni in maglia gialla. Il fu capoclassifica è andato in crisi, ha provato a difendere la maglia, è caduto in discesa, si è rialzato malconcio, ha fatto una fatica immensa ad arrivare all'arrivo. Però c'è arrivato e con la maglia gialla addosso. Sarà l'ultima almeno per questa edizione. Può dirsi comunque molto soddisfatto.

