Messi & co, e quella fame di calcio

Nel Mondiale che mescola fiabe come Capo Verde, storture di potere come il caso Balogun e nuovi capitoli della leggenda Messi, il filo resta uno: la fame che costruisce carriere, identità e miracoli. Dai campi di provincia raccontati in Affamati alla parabola unica di Messi, il calcio rivela chi nasce dal basso e chi riscrive la storia, mentre il potere tenta ancora di decidere chi può raccontarla

11 LUG 26
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Entriamo nell’ultima settimana di un Mondiale che ci ha già raccontato tre facce opposte del calcio. La favola di Capo Verde, cinquecentomila abitanti, che ha tenuto testa a Spagna e Uruguay prima di arrendersi, solo ai supplementari, contro l’Argentina di Messi, campione del mondo; poi la porcheria della squalifica di Balogun cancellata dopo una telefonata della Casa Bianca alla Fifa, con Trump che ringrazia pubblicamente Gianni Infantino per “aver riparato un’ingiustizia”; infine, se ancora ce ne fosse bisogno, la consacrazione proprio di Messi, miglior marcatore di sempre nella storia dei Mondiali.
Tre storie diverse, e in mezzo sempre la stessa domanda: da dove viene la fame che fa vincere, e chi ha ancora diritto di raccontarla senza che il potere ci metta lo zampino?
Ce la pone bene, questa domanda, la galleria di ritratti firmata dal collettivo Nonèpiùdomenica, "Affamati. Storie di campioni venuti dal basso" (Rizzoli, 2026). Calciatori e allenatori partiti dai campi di provincia, tra i quali Torricelli, Vardy, Toni, Junior Messias, Sarri, Baldini, fino a nazionali capaci di imprese impensabili come la Danimarca del 1992 o la Grecia del 2004. Uomini che prima del paradiso hanno assaggiato un misto di inferno e di fatica, gente che si è costruita da sola la strada perché nessuno gliel’aveva spianata. È un libro corale, quasi un catalogo di miracoli minori: la fame come mestiere quotidiano, non come destino eccezionale, la stessa, immaginiamo, che a Capo Verde si manifesta per strada, laddove è difficile perfino trovare lo spazio per i campi da gioco.
Fabrizio Gabrielli, "Messi" (66thand2nd, 2022) racconta invece l’eccezione che sfugge alla regola. Anche la meravigliosa parabola di Leo nasce da una mancanza: una famiglia di Rosario che non può permettersi le cure per il suo deficit di crescita, il Barcellona che paga la terapia in cambio di un bambino di tredici anni portato via da casa e da un padre operaio in un’acciaieria. “Il campione di porcellana”, lo chiama qualcuno: fragile, quasi malato, eppure diventato il più grande di sempre. Gabrielli, che a Messi ha dedicato un dittico insieme al suo Cristiano Ronaldo, non insegue i gol: scava più che raccontare, in una specie di speleologia dell’identità che nessuna biografia riesce mai a chiudere del tutto. Chi è, davvero, in fondo, Messi?
Affamati e Messi condividono la stessa materia prima, la fame, ma la portano verso due destini diversi. Per i primi produce carriere oneste, sudate, anche risultati eccezionali, ma sempre a misura d’uomo: Torricelli che dal mobilificio arriva alla Coppa dei Campioni o Vardy working class hero. Per Messi la stessa fame, fisica ed economica, produce qualcosa che eccede lo sport. È la differenza fra chi vince una partita, chi ha una grande carriera e chi riscrive la storia del gioco. Forse è per questo che Capo Verde ci ha commossi e Balogun ci ha indignati: nel primo caso la fame ha prodotto una favola collettiva; nel secondo il potere si prende il diritto di sospendere le regole, per cercare una scorciatoia.
Messi, invece, è la prova vivente che la fame, quando incontra il genio, può diventare un capolavoro. Nota bene: Gabrielli scrisse il suo Messi, quattro anni fa, dopo la vittoria del Mondiale in Qatar che sembrava l’apice di una carriera immensa. E se ci fosse un nuovo capitolo da aggiungere?