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Joel Kaplan e Mark Zuckerberg (Getty)
L'intervista
Trump, Meloni e l'IA. Parla il braccio destro di Zuckerberg
“Ci sono stati diversi casi in cui l’Unione europea ha preso di mira le aziende tecnologiche statunitensi. Se questo dovesse continuare, le relazioni tra Europa e Stati Uniti si inasprirebbero ancora, e sarebbe un peccato”. Intervista esclusiva a Joel Kaplan, ieri in visita in Italia (e anche da Meloni)
Quali sono i nuovi confini della libertà, quando si parla di social media? Quali sono i perimetri per separare il free speech dall’hate speech, quando si parla di piattaforme digitali? Quali sono le trasformazioni indotte dal trumpismo al mondo della tecnologia, scazzottate a parte? E quand’è che il confronto brusco tra alleati, tra alleati come gli Stati Uniti e l’Europa, da un’opportunità per crescere può diventare un terreno di incomprensioni molto pericolose? Siamo a Roma, a due passi dall’ambasciata americana, e al primo piano di un famoso hotel della Capitale, qui di fronte a noi, siede Joel Kaplan, fisico asciutto, sguardo di ghiaccio, tempi televisivi perfetti e, nel biglietto da visita, un potere immenso. Joel Kaplan è uno di quei volti che potrebbero facilmente rientrare all’interno di quella speciale categoria delle persone più importanti al mondo di cui non avete mai sentito parlare. Ha cinquantasei anni, è stato a lungo un personaggio di rilievo nello staff dell’ex presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, come Deputy Chief of Staff for Policy, succedendo a Karl Rove, dopo aver già avuto un ruolo importante, come Deputy Director dell’Office of Management and Budget e Special Assistant per le Policy dello stesso presidente, tra il 2001 e il 2003. Joel Kaplan, oggi, da pochi mesi, dalla fine di gennaio, è il Chief Global Affairs Officer di Meta, dove lavora dal 2011, e di fatto è il braccio destro di Mark Zuckerberg. Una delle sue prime missioni, in questo nuovo ruolo, è stata in Italia. Nella giornata di ieri Kaplan ha conversato con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Palazzo Chigi, e poco prima di quell’incontro ha accettato di discutere a lungo con il Foglio, in quella che è la sua prima intervista ufficiale da quando è stato nominato come Chief Global Affairs Officer di Meta.
“Sono qui in Italia – ci dice Kaplan – per alcuni incontri politici. E sono qui in Italia perché, dal nostro punto di vista, l’Italia occupa una posizione molto importante e potenzialmente molto influente in questo momento. Sia per il peso che ha nella nuova Commissione europea sia per i rapporti che ha con la nuova Amministrazione a Washington”. Chiediamo a Kaplan: su quali temi oggi Meta può triangolare con l’Italia e con l’Europa? “Credo che la priorità per noi sia quella di impegnarci con i leader europei per garantire che in Europa ci sia un ambiente che incoraggi la crescita, l’innovazione e la concorrenza. In Europa, lo sapete, sono in corso una discussione e un dibattito molto vivaci, a cui ha contribuito in modo determinante il vostro ex primo ministro, Mario Draghi, con il suo Rapporto sulla competitività. Riteniamo che il Rapporto contenga alcuni insegnamenti davvero cruciali per la direzione futura dell’Europa e lo sosteniamo con forza. Negli ultimi trent’anni circa, si è verificata una situazione di questo tipo: gli Stati Uniti innovano, la Cina duplica e l’Europa regolamenta. E non crediamo che questo sia stato un successo per l’Europa. E non crediamo possa essere considerato un successo il fatto che, in questo periodo, il pil pro capite europeo sia sceso a circa il 50 per cento di quello degli Stati Uniti. Negli ultimi 50 anni non è stata creata una sola azienda europea che valesse più di cento miliardi di dollari, mentre negli Stati Uniti ne sono state create sei che valgono più di mille miliardi di dollari. E la disparità ha continuato a crescere con l’adozione di approcci diversi da parte dell’Europa e degli Stati Uniti. In questo senso, pensiamo che l’Europa abbia la possibilità di cambiare direzione e pensiamo che l’Europa possa modificare il proprio ambiente normativo, sfruttando le enormi risorse che l’Europa possiede con la sua diversità e i suoi profondi serbatoi di talenti, con i suoi grandi sviluppatori e con i suoi grandi imprenditori. L’opportunità è enorme, ma deve esserci il giusto ambiente normativo per sfruttarla”.
Perché l’Italia è così importante in questo momento per gli Stati Uniti e anche per le aziende tecnologiche europee? “Prima di tutto per noi l’Italia è incredibilmente importante perché abbiamo delle grandi partnership qui. Come sapete, abbiamo una partnership con Exilor Luxottica per sviluppare i nostri Ray-Ban Meta, che finora ha avuto un enorme successo. Abbiamo annunciato che estenderemo e continueremo la partnership nel prossimo decennio e quindi pensiamo di avere l’opportunità di sviluppare con Luxottica diverse generazioni di occhiali IA di primo livello. Si tratta quindi di un grande mercato per noi. Ma accanto a questo tema ce n’è un altro. Pensiamo, per capirci, che il primo ministro Meloni sia estremamente rispettata su entrambe le sponde dell’Atlantico, che si sia già affermata come leader in Europa, e che sia anche estremamente rispettata come leader negli Stati Uniti e che abbia sviluppato un rapporto molto forte con il presidente Trump. Credo che questo metta il vostro primo ministro e l’Italia in una posizione particolarmente forte per svolgere un ruolo di ponte nelle relazioni transatlantiche in un momento critico per i partner su entrambe le sponde dell’Atlantico”.
Facciamo notare a Kaplan che parlare in queste ore di relazioni transatlantiche solide non è semplicissimo, considerando anche il fatto che appena due giorni fa il presidente americano ha testualmente detto che l’Europa vuole “fottere” gli Stati Uniti e che l’Unione europea, almeno dal punto di vista dei rapporti commerciali, è un nemico con cui combattere economicamente. Chiediamo dunque a Kaplan in che misura, dal suo punto di vista, l’Europa, per una grande società tecnologica americana, sia una nemica, e in che misura possa diventare invece un’alleata. “Credo che nell’ultimo periodo, negli ultimi vent’anni, l’Europa abbia misurato il suo successo normativo in base all’entità e al numero di multe inflitte alle aziende tecnologiche statunitensi, sicuramente nell’ultimo decennio. E noi pensiamo che questo non sia stato positivo per la volontà o la capacità delle aziende tecnologiche di investire in Europa. Non è stato positivo per le ragioni di cui abbiamo già parlato, per la crescita e la competitività europea. E’ chiaro che non sta funzionando per l’Europa. Vogliamo quindi impegnarci in modo costruttivo con i politici europei per trovare una direzione migliore e più produttiva, ma certamente la nostra esperienza, e credo anche quella delle altre aziende tecnologiche statunitensi, è che ci sono stati diversi casi in cui l’Europa ha preso di mira le aziende tecnologiche statunitensi con tasse discriminatorie o ingiuste, o con l’applicazione di normative o multe, che insieme si sommano a barriere non tariffarie piuttosto significative per le aziende statunitensi. Se questo dovesse continuare, credo che le relazioni tra Europa e Stati Uniti si inasprirebbero con la nuova Amministrazione, e pensiamo che sarebbe un peccato. Vogliamo quindi impegnarci con l’Unione europea e i leader europei per trovare un percorso migliore e più produttivo che sia positivo per l’Europa, per i consumatori europei, per l’innovazione in Europa e per le relazioni transatlantiche”.
Cosa direbbe ai politici europei per spiegare la ragione per cui le regole europee rappresentano un problema anche per l’Europa, non solo per le aziende tecnologiche? “Credo che si possa guardare alle normative che hanno interessato l’IA, per esempio. Si tratta di una tecnologia incredibilmente trasformativa e rivoluzionaria che ha il potenziale di trasformare le economie e la società in tutto il mondo, anche in Europa, e se si guarda a ciò che è accaduto con il modo con cui l’Europa ha applicato le sue regole all’IA, si scopre che si è finito per ritardare alcune delle innovazioni più interessanti ed entusiasmanti provenienti dalle aziende tecnologiche statunitensi, a scapito degli utenti, dei consumatori e delle imprese europee. Prendiamo ad esempio questi occhiali IA, che non solo sono prodotti in Europa, ma proprio in Italia”, dice Kaplan tirando fuori un fodero di ultima generazione. “Vedete, questi occhiali Ray-Ban Meta possono utilizzare la propria tecnologia in forma ridotta in Italia e in forma non ridotta negli Stati Uniti e in altri luoghi del mondo. E la ragione è semplice: non siamo in grado di implementare la nostra tecnologia Meta IA negli occhiali in Italia, il luogo in cui sono stati progettati e sviluppati, a causa dell’incertezza delle interpretazioni europee del Gdpr, Regolamento generale sulla protezione dei dati. In Italia, quindi, si possono fare domande come a un normale chatbot, ma non si può interagire con il mondo circostante e fare domande su cosa sia quell’opera d’arte che sto guardando, o se vado per strada e vedo uno degli incredibili monumenti storici qui a Roma, non posso chiedere cosa sto guardando o quale sia il suo significato, perché non siamo stati in grado di implementare la nostra capacità multimodale negli occhiali per oltre un anno. Se ci pensate, questa è una delle tecnologie più diffuse al mondo in questo momento, ha venduto due milioni di unità, e non si può usare. Non è possibile utilizzarla nello stesso modo nel suo paese d’origine, e questo solo a causa dell’incertezza sull’interpretazione delle norme. E badate bene: questo non vale solo per i Ray-Ban Meta per Meta. Abbiamo una funzione Meta-IA nelle nostre app che viene utilizzata da 700 milioni di persone in tutto il mondo, ma zero in Europa, perché non siamo stati in grado di introdurre la Meta-IA in Europa sedici mesi dopo averla introdotta nel resto del mondo, o da quando l’abbiamo introdotta per la prima volta negli Stati Uniti. Gemini ha ritardato il lancio. Apple Intelligence ha ritardato il lancio. Tutte queste cose, con la tecnologia più rivoluzionaria degli ultimi decenni, sono state ritardate in Europa perché il frammentato sistema di regolamentazione europeo non riesce a capire come applicare le regole alla tecnologia. Penso che questo sia un enorme danno per le persone e le imprese in Europa, e l’Europa non può permettersi di rimanere indietro nell’innovazione dell’IA, e non deve farlo perché l’Europa ha alcuni dei più grandi sviluppatori del mondo, e possiamo parlare un po’ di quali sono le opportunità per l’Europa nell’IA, ma penso che questo sia solo un grande esempio di come l’Europa sia danneggiata dal proprio regime normativo”.
Vista dall’America, l’Italia è davvero il paese più interessante dove è possibile investire in Europa, oggi? “Credo che ci siano enormi opportunità in Italia, e noi stiamo investendo e ne siamo entusiasti, e credo che ci saranno altre opportunità a venire. Ma credo che, ancora una volta, tutto dipenda dal fatto che l’Europa riesca a creare un ambiente normativo adeguato, e per tutta una serie di ragioni, questo è importante per tutti i motivi di cui abbiamo parlato per l’economia europea, ma è anche molto importante per l’occidente e per il modo in cui questa tecnologia viene sviluppata e da chi, e possiamo parlarne in modo più approfondito con l’IA, ma c’è il rischio concreto che se l’Europa non affronta queste nuove tecnologie con saggezza, il paese che ne trarrà i maggiori benefici sarà la Cina, e vedremo queste tecnologie sviluppate con valori cinesi incorporati piuttosto che con valori occidentali”. Dal punto di vista tecnologico, in che cosa la Cina rappresenta un pericolo per l’Europa, per l’America e per il così detto mondo libero, quando si parla di Intelligenza artificiale? “Credo che la cosa più importante da capire sia che la Cina sta investendo molto nell’IA, compresa l’IA open source. La grande rivelazione, credo, dell’annuncio di DeepSeek di un paio di settimane fa, è stata che ci sono aziende cinesi che rilasciano modelli di IA open source che sono altrettanto buoni o migliori di quelli rilasciati in occidente. Questo dovrebbe essere, credo, un campanello d’allarme sia per gli Stati Uniti sia per l’Europa: se non lavoriamo insieme per garantire che i modelli open source statunitensi rimangano disponibili, la Cina si muoverà per riempire questo vuoto. Il nostro punto di vista è che emergerà un unico standard open source globale. Lo abbiamo visto con altre tecnologie in passato. Si pensi a Linux e ad Android. Sono entrambe tecnologie open source che sono diventate uno standard globale. E credo che tutti noi dovremmo essere grati che siano state le aziende finlandesi e americane a sviluppare lo open source, e non quelle cinesi. Se non abbiamo un ambiente normativo che promuove l’IA open source, significa che un modello open source cinese diventerà lo standard globale. E questo significa che i valori cinesi saranno incorporati nella nostra tecnologia. E questa è la tecnologia che sarà lo strato fondamentale per le nostre economie, giusto? Quindi, che si tratti di produzione, finanza, salute o tecnologia, vogliamo che lo standard open source dell’IA sia basato su valori occidentali condivisi, non su valori cinesi. Per me, quindi, il rischio maggiore è che noi, facendo scelte politiche sbagliate, lasciamo il campo alla Cina, che ha dimostrato di essere più che disposta a investire per vincere. Stanno investendo, credo, un trilione di dollari entro il 2030. Guardate: fanno sul serio”. Cosa dovrebbe farci paura dell’IA e cosa no? “Rispondo dicendo che penso che abbiamo già speso troppo tempo a parlare dei rischi dell’IA e non abbastanza a parlare delle opportunità dell’IA, e questo si collega anche alle preoccupazioni generali che abbiamo con l’approccio normativo in Europa, che si concentra troppo sui rischi e non abbastanza sulle opportunità”.
Ci accontentiamo delle opportunità! “Adoro parlare delle opportunità. E questo non è per dire: ehi, abbiamo sviluppato l’IA per più di un decennio e quindi abbiamo molta esperienza nello sviluppo responsabile, e continueremo a farlo. Non è solo questo. Credo che si debba iniziare a pensare a quali sono le opportunità che possiamo cogliere dall’IA e quali sono le opportunità che perderemo se non abbiamo l’ambiente giusto per farlo. E’ molto semplice”. Ci può fare esempi concreti per capire in che modo l’IA sta cambiando le nostre vite? “Abbiamo grandi esempi di modelli di AI indossabili, per così dire, che pensiamo continueranno a essere un’area di sviluppo entusiasmante nel prossimo decennio e per le prossime generazioni. Siamo in grado di utilizzare l’intelligenza artificiale per la traduzione, per ottenere una traduzione davvero perfetta nelle conversazioni e anche nei testi letti. E’ un’altra cosa che si potrebbe fare, per esempio con gli occhiali in altre parti del mondo, dove si può guardare qualcosa e vederla tradotta per noi. Si tratta di un uso quotidiano molto utile che le persone stanno già trovando nell’IA e lo troveranno ancora di più in futuro. Per quanto riguarda le scoperte mediche, uno dei settori in cui l’IA viene già impiegata è la chimica e la capacità di scienziati e ricercatori di scoprire nuovi farmaci è aumentata a dismisura. Le persone utilizzano i nostri modelli di intelligenza artificiale open source per scopi clinici, per raccogliere e analizzare i dati in modo che i medici siano in grado di fornire diagnosi e prescrizioni più accurate. Ci sono quindi, credo, innumerevoli modi in cui l’IA verrà incorporata in tutti gli aspetti dell’economia e della società, che si tratti di produzione, ovviamente di ingegneria, di codifica. Una delle cose su cui stiamo lavorando è avere un ingegnere dell’IA, in pratica avere un’IA in grado di fare una sorta di codifica di medio livello, e questo fornirà una sorta di superpoteri agli ingegneri che lavorano sull’IA, che potranno farsi assistere dall’IA per fare la codifica stessa e questo li libererà per fare molte altre innovazioni interessanti”.
Se dovesse immaginare alla più grande rivoluzione che arriverà sul tema dell’IA, nei prossimi anni, a cosa penserebbe? “Sono molto concentrato sul modo in cui saremo in grado di utilizzare l’IA e penso che molte persone impegnate nella tecnologia si concentreranno su tutti i diversi usi sociali, quindi per quanto mi riguarda mi concentrerò solo sui modi in cui Meta utilizzerà l’IA, che sono già di per se particolarmente eccitanti. Penso che relativamente presto avremo agenti di IA in grado di eseguire compiti molto più complessi e multitasking per noi e che saranno anche personalizzati, in modo da avere una maggiore comprensione dell’utente e di quali siano i suoi interessi e le sue esigenze, e penso che questo sarà uno strumento di produttività davvero importante per le persone in un futuro non molto lontano”. Allontaniamoci dall’intelligenza artificiale, torniamo alle origini e cerchiamo di ragionare su un tema centrale per chi si occupa di social media. Parliamo di libertà di espressione, dunque, e chiediamo a Kaplan qual è il confine oggi, dal suo punto di vista, tra free speech e hate speech. Nella stagione in cui si deve essere liberi di dire tutto, ma proprio tutto, è ancora possibile trovare un modo per frenare l’hate speech, o anche l’hate speech oggi fa parte del free speech, della libertà d’espressione? “Per noi l’obiettivo è tornare alle nostre origini, alla libertà di espressione, e fare in modo che le persone abbiano la possibilità di intraprendere sulle nostre piattaforme il tipo di discorso politico che desiderano. Negli ultimi anni abbiamo sperimentato che le nostre regole erano diventate troppo restrittive e complesse, e così abbiamo apportato dei cambiamenti, annunciati circa un mese e mezzo fa, per dare più spazio a questo tipo di discorso politico. Ci sono temi, come le discussioni sull’immigrazione o sul genere, per le quali le nostre regole limitavano troppo il discorso, per cui questioni di cui si poteva parlare in televisione o al Congresso non potevano essere discusse sulle nostre piattaforme e volevamo assicurarci che potessero farlo. Inoltre, una delle cose che abbiamo sperimentato, e che probabilmente hanno sperimentato anche altre piattaforme, è che con l’introduzione di sistemi automatizzati sempre più complessi abbiamo visto che si sono commessi molti errori e questo ha avuto l’effetto di sopprimere il discorso anche quando non era intenzione di nessuno. Un’altra parte dei cambiamenti che abbiamo apportato è stata quella di utilizzare i nostri sistemi automatici solo per i danni di maggiore gravità, come il terrorismo o lo sfruttamento sessuale dei minori, e di affidarci alle segnalazioni degli utenti per altri tipi di discorsi, con l’idea di ridurre il numero di errori che commettiamo e la frequenza delle esperienze che le persone considerano censura. Infine, come sapete, abbiamo apportato dei cambiamenti: stiamo sostituendo il nostro programma di fact checking di terze parti con un sistema diverso, di tipo community notes, un approccio, che definirei di crowd sourced, che riteniamo abbia minori vulnerabilità ai pregiudizi politici che, a mio avviso, avevano infettato il programma di fact checking di terze parti, in particolare negli Stati Uniti”.
Facciamo un passo ulteriore: ma in un nuovo mondo in cui la libertà di parola prevale su tutto, e in cui le limitazioni anche all’hate speech spesso vengono considerate come un limite alla nostra libertà, si possono ancora combattere le fake news o anche la diffusione delle fake news rientra all’interno del perimetro delle libertà da difendere? “Le persone non vogliono la disinformazione, noi non vogliamo la disinformazione, ma ci sono molti dibattiti su ciò che costituisce la disinformazione, su ciò che è vero e ciò che non è vero. L’approccio più efficace, secondo noi, è quello di coinvolgere e arruolare la nostra comunità per aiutare le persone a dare un senso a ciò che vedono e a capire cosa è vero e cosa no. Ed è questa, credo, la vera promessa di un sistema basato sulla comunità: non si dice ciò che le persone non possono vedere sulla piattaforma, ma si forniscono loro ulteriori informazioni e un contesto aggiuntivo in modo che possano valutare ciò che stanno vedendo. E credo che questo, in ultima analisi, creerà più fiducia nel sistema piuttosto che far decidere a noi o a terzi, cosiddetti esperti, cosa è vero e cosa è falso e cosa si può vedere e cosa non si può vedere sulla piattaforma. Nell’ultimo decennio, credo che collettivamente, come industria e come società, abbiamo fatto molta esperienza in questo senso. E credo che la nostra esperienza dimostri che affidarsi alla comunità per fornire maggiori informazioni creerà più fiducia rispetto ad altri sistemi, come il fact checking di terze parti, che sono stati sperimentati”.
Passo in avanti ulteriore: in che modo, dal vostro punto di vista, i social media hanno cambiato il modo di fare politica nel mondo, negli ultimi anni? “In due modi differenti, direi. Il primo è che ha dato voce a ogni individuo. E prima dei social media, solo le grandi pubblicazioni, i giornali, come il vostro, erano in grado di raggiungere un vasto pubblico. I social media hanno cambiato questo stato di cose e hanno permesso agli individui di essere responsabilizzati e di avere una voce nel discorso politico del giorno. Allo stesso tempo, ha dato ai candidati e ai politici un modo per parlare in modo molto più autentico e diretto con i cittadini. Credo che entrambe le cose abbiano avuto un impatto significativo sul modo di fare politica”. I social media possono fare davvero qualcosa per promuovere la libertà di parola in paesi in cui la libertà di parola non c’è? “Possono farlo in un modo: tornando a dare voce alle persone. La portata dei social media è tale che nei paesi che in genere hanno esercitato un maggiore controllo sul discorso pubblico e sul dibattito è più difficile per loro farlo quando gli individui possono andare direttamente sulla piattaforma ed esprimersi. E il volume del discorso è così significativo che rende più difficile per i governi controllarlo e credo che questo sia stato un impatto davvero positivo dei social media nell’ultimo decennio e mezzo”.
Provochiamo: i social media, secondo voi, possono influenzare le elezioni? Pausa, sorriso. “Non c’è dubbio che il fatto di permettere a più persone di parlare e di ascoltarsi reciprocamente abbia un impatto sul modo in cui le persone pensano, su chi sostengono e su quali questioni sono importanti per loro. Credo che questo sia un vantaggio dei social media, nella misura in cui aziende come la nostra hanno anche dovuto costruire sistemi per assicurarsi di combattere le interferenze straniere nelle elezioni e questo è importante da fare. E credo che aziende come la nostra abbiano costruito i sistemi migliori e più sofisticati del settore. Ma nel complesso credo anche che i social media sconvolgano le istituzioni consolidate dando a più persone un posto a tavola e a più persone una voce. E credo che questo sia stato nel complesso un vantaggio netto, anche se il progresso non va necessariamente in linea retta e in modo completamente lineare. In generale, credo che dare voce a più persone e consentire una maggiore partecipazione al processo democratico sia una buona cosa. O no?”. Cosa pensa quando legge i commenti dei giornali internazionali sul rapporto troppo stretto e patologico che potrebbe esistere tra i così detti oligarchi tecnologici e l’Amministrazione Trump? “Il presidente Trump e la sua Amministrazione sono stati molto chiari sul fatto che vogliono vedere le aziende americane e le aziende tecnologiche americane avere successo, crescere, innovare e creare posti di lavoro: pensiamo che questo sia fantastico. E siamo entusiasti di avere un’Amministrazione che ha queste ambizioni e che capisce che avere un settore tecnologico vivace è un bene per l’economia e per il paese. Pensiamo che sia una vera opportunità e siamo entusiasti di lavorare con l’Amministrazione”.
C’è qualcosa che l’Italia dovrebbe capire quando parla di Trump? Non le sfuggirà che, vista dall’Europa, l’agenda di Trump non si presenti sempre in modo armonico e sia spesso anzi un pugno in un occhio, specie per chi a a cuore i valori non negoziabili su cui si fonda l’Unione europea. “Credo che sia sufficiente capire che il presidente Trump sosterrà senza mezzi termini le aziende statunitensi e gli interessi degli Stati Uniti, e che risponderà male quando riterrà che siano state trattate ingiustamente o in modo discriminatorio. Insomma, è stato molto chiaro: la sua politica è quella di rendere l’America di nuovo grande e pensa all’America prima di tutto, il che significa che difenderà gli interessi e le aziende statunitensi. La buona notizia è che, per quanto riguarda la tecnologia, il contesto normativo favorevole alla crescita e all’innovazione che credo il presidente Trump stia cercando sarà positivo anche per l’Europa e contribuirà alla crescita europea. E quindi le cose che penso chiederà, e che sta chiedendo con il memorandum che ha rilasciato venerdì, sulle discriminazioni, sul fatto che la sua Amministrazione debba valutare se l’Europa abbia imposto regolamenti, tariffe e tasse discriminatorie alle aziende tecnologiche statunitensi. Credo che sia stato molto chiaro su ciò che vuole, ovvero che le aziende statunitensi siano trattate in modo equo”. Il tempo è finito, gli assistenti di Kaplan ci guardano con preoccupazione, tappano le penne, richiudono le cartelline: l’agenda è fitta, gli appuntamenti sono molti. Ci alziamo, salutiamo, e chiediamo a Kaplan prima di congedarci in che modo, nel futuro, potrà evolvere il rapporto tra i social media e le testate giornalistiche e se nell’agenda di Meta ci sia un qualche interesse a investire su un tema che dovrebbe stare a cuore di chi dice di voler difendere la libertà: Make Newspaper Great Again. Kaplan sorride e tenta una risposta. “Vedete. Molti editori hanno utilizzato le nostre piattaforme per aumentare la loro distribuzione e trovare nuovi lettori per i loro contenuti, e questo ci piace. Pensiamo che sia semplicemente fantastico. Credo che trovare il modo di rendere i propri contenuti il più avvincenti possibile nei formati dei social media sarà importante per gli editori, così come lo è per tutti gli altri che vogliono ottenere una distribuzione. In ultima analisi, ciò sarà determinato dal fatto che le persone trovino i contenuti coinvolgenti, li condividano, li apprezzino e cose di questo tipo. Quindi penso che sì, ci siano canali di distribuzione che permettono di far arrivare il materiale dei giornali a molti milioni di persone in tutto il mondo, e noi siamo felici di offrirvi questa opportunità. Non è così male, no?”.