
(Ansa)
digitale e politica
Moderazione e censura: il fragile equilibrio della libertà di parola sulle piattaforme digitali
E' necessario evitare che i social diventino strumenti di repressione nelle mani dei governi. Le aziende tech hanno bisogno di trovare un equilibrio tra il rispetto delle normative locali e la protezione della libertà di espressione
La chiusura di diversi account di oppositori politici turchi su X negli ultimi giorni ha riacceso il dibattito sul ruolo delle piattaforme digitali nella libertà di espressione e sulla loro vulnerabilità alle pressioni governative. La decisione di Elon Musk di ottemperare alle richieste delle autorità di Ankara, pur sostenendo di averlo fatto per garantire l’accesso alla piattaforma in Turchia, ha sollevato dubbi sulle reali intenzioni di X nel bilanciare libertà di parola e conformità alle leggi locali. Il ministro degli Interni turco ha dichiarato di aver trovato 326 account di social media che incitavano all’odio, di cui 72 all’estero. Una legge del 2022 sui social media dà al governo ampi poteri di sopprimere contenuti ed account. Negli ultimi mesi X ha eseguito l’86 per cento delle richieste di sospensioni di account del governo turco in crescita rispetto al 68 per cento del primo semestre del 2024. Si tratta di una percentuale più bassa rispetto alle richieste dei paesi dell’Unione europea che vengono eseguite nel 90 per cento dei casi, ma che sono molto meno numericamente. Quello di X in Turchia non è un caso isolato: in tutto il mondo, le piattaforme digitali si trovano sempre più spesso al centro di scontri con governi autoritari e sistemi giudiziari che cercano di limitare la diffusione di informazioni scomode.
Lo stesso Musk era stato protagonista di uno scontro con la Corte Suprema in Brasile, dove X si è scontrata con un giudice che aveva ordinato la rimozione di contenuti e account legati a disinformazione riguardo a informazioni diffuse sulle elezioni presidenziali del 2022. Musk ha reagito duramente, minacciando di ignorare le decisioni della magistratura e accusando la Corte Suprema brasiliana di censura. Il giudice Alexandre de Moraes ha quindi sospeso le attività di X che è rimasta chiusa per circa due mesi finché a fine ottobre 2024 ha ottemperato ai provvedimenti della Corte e ha pagato una multa di quasi 5 milioni di euro. Questo scontro ha messo in luce il delicato equilibrio tra la necessità di moderare contenuti dannosi e il rischio di arbitrarietà nel definire cosa possa rimanere online e cosa no. La vicenda ha evidenziato un trend più ampio: mentre i governi democratici cercano di regolamentare la disinformazione, le piattaforme si trovano spesso a dover scegliere tra rispettare le leggi locali o mantenere una posizione di neutralità rispetto alla libertà di parola.
Se la posizione di X ha oscillato tra resistenza e compromesso, Meta (Facebook e Instagram) ha seguito un percorso più silenzioso, ma non meno significativo. Secondo un’inchiesta del Center for International Media Assistance, basata sui cosiddetti “Facebook Papers”, diversi governi autoritari hanno fatto pressione su Meta per rimuovere contenuti scomodi, spesso con successo. In Paesi come Vietnam e Russia, Facebook ha accettato di censurare post critici verso i regimi locali, dimostrando come le piattaforme digitali possano essere influenzate non solo da leggi e regolamenti, ma anche da minacce economiche e politiche.
Meta si trova in una posizione ambigua: da un lato promuove la libertà di espressione come valore fondante, dall’altro deve garantire la sua presenza nei mercati internazionali senza scontrarsi apertamente con i governi. Il caso di Meta mostra come le piattaforme digitali, pur essendo private, siano diventate attori politici globali, influenzando il dibattito pubblico e le dinamiche sociali. In certi paesi i social occidentali sono addirittura banditi come avviene a gran parte delle piattaforme digitali statunitensi in Cina, Iran e Corea del Nord. Oltre alle pressioni esterne, un altro fattore cruciale nella gestione della libertà di espressione sulle piattaforme è l’influenza dei paesi d’origine delle aziende che le gestiscono. Le decisioni di Musk su Starlink, la rete di satelliti che fornisce connessione Internet, sono un esempio chiaro di come interessi geopolitici possano modellare le politiche aziendali. Musk ha inizialmente offerto il servizio all’Ucraina durante il conflitto con la Russia, ma successivamente ha posto restrizioni sul suo utilizzo per scopi militari, dimostrando come il controllo di un’infrastruttura digitale possa avere impatti strategici su scala globale.
Anche Meta sta rivedendo la sua posizione, con una riduzione delle attività di moderazione dei contenuti, scelta che potrebbe riflettere una volontà di ridurre i costi ma anche di evitare tensioni con determinati governi. Il problema della moderazione e della censura non ha soluzioni semplici. Da un lato, è necessario evitare che le piattaforme diventino strumenti di repressione nelle mani dei governi. Dall’altro, le aziende tech devono trovare un equilibrio tra il rispetto delle normative locali e la protezione della libertà di espressione. Il dibattito rimane aperto: senza un quadro normativo globale, le piattaforme continueranno a navigare in un terreno incerto, sospese tra business, politica e diritti umani.

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