S’avanza il partito del rigetto

Il volo di Montalbano, i flop di “Adrian”, Grillo e “Popolo sovrano”. Primi effetti di saturazione populista in tv
1 MAR 19
Ultimo aggiornamento: 19:39
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Una scena di Friends

I segnali ci sono tutti. Le élite che si prendono Sanremo in barba alla democrazia diretta, i flop di “Adrian”, Grillo e “Popolo sovrano”, Montalbano che salva gli immigrati e sbaraglia lo share, persino" target="_blank" rel="noopener"> Facebook che mette fuorigioco i No vax mentre tracollano i consensi del M5s. Primi bagliori di rigetto? Primi effetti di saturazione populista? Non si sa ancora. Però, si capisce, dopo una lunga gestazione e infanzia e adolescenza trascorse scandendo slogan e mandando affanculo “la casta”, spunta fuori, come sempre prima o poi, quell’ostinato banco di prova chiamato “realtà”.

Più si prendono la tv, più la tv li spolpa facendoli diventare “di lungo corso” nel giro di pochi mesi. Il banco di prova chiamato “realtà”

Se la politica in Italia è l’arte di occupare lo stato e la televisione (e non è mai stato così vero come con “questi qua”, direbbe Ceccarelli, gente che avendo lavorato poco e niente non gli è parso vero di prendersi tutto e subito), c’è un filo rosso o gialloverde che tiene insieme la parabola dell’ultimo Freccero e il tracollo del Movimento 5 stelle, Salvini e Montalbano, il televoto di Sanremo e le consultazioni su Rousseau, ma anche Mara Venier che batte Barbara D’Urso, come in una furiosa rivincita della Seconda Repubblica sul sovranismo pop delle “Domeniche Live”. Ma andiamo con ordine.

Si capiva già tutto dall’enfasi di Freccero per “Ultimo tango a Parigi” in prima serata: “Saremo pochi, ma saremo i migliori”

Anche il megaflop di “Adrian” rientra forse nella vasta ondata di rigetto dei cliché populisti, o almeno ci piace pensare così. Nell’incerto pantheon culturale del grillismo, Celentano ha sempre occupato lo spazio del pensiero arcaico, del ritorno allo stato di natura, della rivolta mitologica contro il Potere e il Progresso, tra la via Gluck e Rousseau. L’idea di rifare “Joan Lui” nell’Italia populista di Salvini e Di Maio in teoria era perfetta. Rispetto all’Italia del 1985, quella di oggi sembrerebbe assai predisposta alle prediche utopistico-pauperistiche del Celentano più wagneriano e apocalittico, quello appunto di “Joan Lui”, opera d’arte totale malamente incompresa all’epoca ma ora riattualizzata nelle forme pop della serie animata. Costo dell’operazione: ventidue milioni. Cancellata dopo due puntate imbarazzanti e rinviata a chissà quando, probabilmente a mai. “Adrian” grande metafora del debito italiano e dell’“anno bellissimo” di Conte. Però la lezione di Celentano è sempre viva. I predicatori televisivi sono tanti. E il verbo per tutti resta “l’intervista al vicepremier”, praticamente un format a parte della tv italiana. Solo che, anche qui, gli ascolti delle apparizioni di Salvini iniziano a scricchiolare.

Il consenso di Salvini si trova oggi in quel punto esatto in cui l’apice della sua popolarità coincide con la saturazione della sua immagine

L’intervista migliore però è andata in onda a “Non è l’Arena”. Massimo Giletti aveva accanto a sé una bottiglia di latte. Salvini era in collegamento video con sfondo a tema Sardegna alle spalle. “Lei sa bene cosa c’è dietro questo latte versato”, diceva Giletti, “nella sua storia lei sta sempre dalla parte di chi fatica”. “Sì, io sono qui, qui ho passato San Valentino”. Applausi. Salvini spiegava l’affaire pastori e ricordavi di “fare la spesa italiana”, di cercare “il tricolore nell’etichetta”, di mangiare tanto pecorino romano. “Le ambasciate dovrebbero fare di più”, diceva Salvini, fuori i nomi di chi usa il pecorino rumeno. Giletti poi passava alle “storie” che sono dietro questa tragedia, sempre inquadrato in studio con la bottiglia di latte accanto, “ai volti, ai nomi di persone che si tramandano questo mestiere”. “Non è l’Arena” diventava “Linea Verde”. Poi stacco formidabile dal pecorino alla Tav, ovvero foto dall’account Instagram di Salvini con lui e sua figlia che giocano su un trenino nel parchetto. Supercazzola a seguire su costi & benefici. Altro tema: i carboidrati. Photogallery di Salvini che mangia cose. Risate, applausi. Poi attestati di stima per i gilet jaunes, poi la giuria di Sanremo che “ha cambiato il voto degli italiani”, poi gli spacciatori di droga che escono dal carcere, poi i porti aperti, i porti chiusi, la diatriba sul messaggio del catechismo che, ricorda Salvini, dice “accogliere è un dovere ma nella misura del possibile”, quindi semichiusi o semiaperti. Salvini si rivolgeva a Giletti chiamandolo sempre “Massimo”. “Massimo posso salutare una signora che ho incontrato oggi”. Come no. Si chiudeva quindi con “A Mahmood preferisco Vasco Rossi, ma la musica non ha colori”. Cinquanta minuti tondi di “intervista” se così, in mancanza di termini più precisi, dobbiamo continuare a chiamare queste cose che vanno quotidianamente in scena in tv. Ma, oggettivamente, quanto può durare una roba del genere?

Tutti sbraitano, Montalbano rassicura. I suoi quasi undici milioni di spettatori sono il partito dei moderati che manca al paese

Eppure il momento sembra favorevole. Antiche pulsioni indispensabili a tutte le rivolte, ieri contro “il sistema”, oggi contro le “élite”, potrebbero essere giunte all’ennesimo (ahinoi sempre provvisorio) capolinea. Un auspicabile ritorno alla realtà dopo il carnevale populista si spiegherebbe come una sana presa di coscienza più o meno collettiva delle condizioni indispensabili al funzionamento delle società, che non sono e non saranno mai né l’onestà, né la democrazia diretta o il televoto. Nel 1968, in quel libro formidabile che è “La rivoluzione introvabile”, un testo che sembra più attuale oggi che a ridosso degli eventi del maggio francese analizzati fulmineamente con disincanto e timore, Raymond Aron scriveva: “I francesi hanno scoperto in fondo a sé stessi molte ragioni d’insoddisfazione, si sono liberati delle pulsioni represse e dei motivi di risentimento nascosti, si sono anche tolti il desiderio di parlare, represso dal silenzio quotidiano, ma poi hanno anche provato successivamente il bisogno, forte almeno quanto quello rivoluzionario precedente, di tornare alla realtà”. Come diceva qualche giorno fa Ester Viola su Facebook: “Dopo varie fregature a fidarsi di Tripadvisor, si ricomincia a guardare solo la Michelin”.