Nuovo rondò veneziano. Viva le rotonde e fabbrichette di pianura

Il film che ha trionfato ai David di Donatello è un inno architettonico allo "sprawl" padano-veneto

12 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 07:40
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Ci voleva questa botta di orgoglio nordista. Ci voleva anche dopo tutti i “Mare fuori” e le Gomorre e le Parthenopi e i Posti al sole e non ultima “Roberta Valente – Notaio in Sorrento”, nuova hit di Rai 1. “Le città di pianura” col suo trionfo ai David è anche un omaggio al territorio sbertucciato e poco aulico del nordest, e a un certo Veneto che non è quello biennalico, né ciprianico, né quello ancora da nozze siliconvalliche; né ancora, nell’entroterra, palladiano e neopalladiano.
Il film di Francesco Sossai semmai indaga su una specie di lato B del Veneto meno chic: dalla visione sghemba del mito occhialistico bellunese, coi due irresistibili protagonisti ubriaconi che rubacchiano (occhiali – notoriamente beni con altissimo ricarico) – alla fabbrica, e col grande imprenditore che cala in elicottero a consegnare premi-produzione (un Del Vecchio da camera interpretato da Roberto Citran). E poi i Brion illuminati che fecero fare la tomba a Scarpa, luogo di pellegrinaggio nel film e nella realtà, ma che fecero fare pure i televisori a Zanuso e Sapper e Bellini (l’erede Brion che donò la tomba al Fai è morto qualche tempo fa).
“Le città di pianura” però è un grande inno soprattutto allo spontaneismo padano, non parliamo di sentimenti ma di architettura, a quello stile precipuo di quell’unico grande sprawl che è la Pianura padana, in questo caso padano-veneta, il grande mito già arci-cantato da Guccini a Ghirri, da Guido Guidi a Celati, ma qui nello specifico con focus su villette, casupole, capannoni, rotonde, uno “stile” lasciato all’estro non dell’archistar ma del geometra diffuso, che si è prodigato nella fabbrichetta e nello slargo. Rondò veneziano, ma nel senso appunto di rotatoria, e poi cupole che sembrano Robert Venturi o Aldo Rossi o certe zone del Rajasthan tra Delhi e Jaipur, sulla Delhi-Mumbai (ma in Veneto le strade sono tenute meglio), con distributori di benzina consunti, senza però vacche sacre che attraversano la strada.
Ma con tanto alluminio anodizzato e anche l’altra grande innovazione padana (e non solo) che nessuno ha ancora inquadrato a dovere, quella dei cancelli e delle recinzioni di ferro decorate a motivi artistici, con le iniziali dei proprietari o altri intarsi, disegni strani, diagonali, ultimo ritrovato dell’egomania cancellistica, forse reso possibile dal laser, dal 3D o da altre nuove tecnologie (altro che AI, ci sono rischi ben peggiori per l’umanità). E poi l’occasionale maniero antico col suo nobile impoverito dentro. Nel film, un conte che prepara ottimi daiquiri, forse citazione della lotta tra i veri aristo produttori di prosecco che da anni osteggiano il completamento dell’alta velocità sulla Milano-Venezia. Qui, lo si confessa, da bresciani partigiani del Franciacorta e del Frecciarossa, utilizzatori frequenti della linea che ha tempi di percorrenza ancora pari a quelli della contessa Livia Serpieri e del tenente Franz Mahler, non si riesce come si dice a empatizzare.
Ma insomma: il film è un grande atto d’amore alla Padania (non quella guerresca del defunto Bossi, nemmeno in versione “Tanko”- Liga Veneta), ma a quel grande piano inclinato dove tutto prima o poi – per citare Lloyd Wright sulla California – rotola; verso una rotonda. Il non finito veneto-padano ha caratteristiche precipue: più capannoni e meno terrazze – del resto, che ci sarebbe da vedere – rispetto al benchmark di settore, quello calabrese (che si distingue anche per le soprelevazioni, realizzate o solo tentate, con gli spunzoni di tondino rimasti lì, a guardar le stelle), meno fantasioso dell’altro grande esempio meridiano, il non finito salentino (a cui era dedicato un bel libro, “Salento moderno”, edizioni Humboldt, che ne sottolineava le caratteristiche, colori accesi e sgargianti e influenze Bauhaus per via degli immigrati in Germania, di ritorno).
Qui, nelle città di pianura, in questo “Sorpasso” mantecato come il baccalà, meno amaro dell’originale, il protagonista Filippo Scotti-Giulio è un Jean-Louis Trintignant-Roberto Mariani in versione 2.0, sempre imbranato e studente non di legge ma proprio di architettura, oltre che napoletano. Deve dare un esame, ma gli piace una ragazza. Non muore, a differenza dell’originale, e si aggira con una borsina giustissima della libreria Marco Polo, come un perfetto studente Iuav. Al sud avrebbe fatto il notaio a Sorrento.