Terrazzo
Il mobile di Scarpa è un pezzo unico
Nel volume dedicato all'architetto italiano, curato da Luciano Pollifrone, le immagini degli arredi rappresentano un Novecento veneziano che fu estremamente contemporaneo perché immerso in una quotidianità che andava oltre le ville e le esigenze dei ricchi committenti
16 MAG 26

Foto Ansa (M.Toselli)
Carlo Scarpa fu un architetto sempre in equilibrio - come spesso succede ai veneziani - tra il design e l’artigianato e con una spiccata capacità di vedere spontaneamente, senza quindi il bisogno di strutturarne una teoria, la bellezza la dove spesso ci si limita all’uso e alla sua stringente necessità. Sarebbe impossibile elencare più che i lavori i particolari che ognuno dei suoi progetti è capace di contenere. Scarpa offre così di volta in volta una possibilità inesauribile di scoperta attorno alla sua opera che appare oltre l’apparenza estetica come un oggetto estremamente fluido il cui senso supera il suo stesso obiettivo d’uso. In particolare non si può che restare attratti e coinvolti dalla sua produzione di arredi dove forse l’architetto veneziano arriva ad estremizzare i concetti e le pratiche architettoniche rilanciando il ruolo di un artigianato che si fa carico di nuovi viaggi esplorativi all’interno delle possibilità delle forme. Quelli presenti nel raffinato volume pubblicato da lineadacqua, Carlo Scarpa. Poetica dell’arredo a cura di Luciano Pollifrone è un catalogo di arredi - tavoli e sedute - che sono sempre pezzi unici.
Scarpa va ben oltre l’idea e il concetto di prototipo, non ricerca un modello da cui poi aprire ad una possibile serie industriale, ma insegue l’esattezza che non può che comporsi di volta in volta in maniera diversa. Il percorso è così in qualche modo capovolto perché la produzione industriale tende sì a sviluppare alcuni prodotti pensati in maniera unica, ma non ne esaurisce l’esigenza e la sostanza, i due percorsi restano in Scarpa per quanto connessi profondamente distinti. In questa produzione sono fondamentali i falegnami e gli artigiani, dalla Falegnameria Anfodillo, ditta fondata nel 1922 a Venezia e che avvia la collaborazione con Scarpa nel 1936, fino all’officina Zanon a cui si devono i lavori nell’aula magna di Ca’ Foscari e dopo la scomparsa dell’architetto la produzione del portale dell’università IUAV nel 1984 e i conseguenti restauri delle sue opere negli anni successivi. Una forma di resistenza che a Venezia si palesa sempre in maniera dolce e mai ottusamente oppositiva, una resistenza data quasi di nascita e che oggi appare un po’ disadorna di fronte al chiasso della Biennale che vive dimenticandosi spesso di un contesto ridotto allo stremo, senza più, non tanto gli architetti di fama mondiale, ma senza quegli artigiani che seppero trasformare in combutta con architetti e maestranze i problemi in soluzioni bellissime.
Le immagini degli arredi di Scarpa rappresentano un Novecento veneziano che fu estremamente contemporaneo perché immerso in una quotidianità che andava oltre le ville e le esigenze dei ricchi committenti. Scarpa si pone obiettivi di luce e di morfologia che in quanto tali restano universali. Un’idea degli spazi umanistica e liberatoria là dove il sacro dialoga con gli assilli quotidiani senza discontinuità alcuna. Viene voglia di accomodarsi su quelle sedie, attendendo a quei tavoli il passaggio del tempo e delle sue cose più noiose, liberi finalmente di dedicarci al nostro effimero quotidiano.
