Woodman, i selfie e le code in Val Gardena. Un tormentone, un libro

Code davanti agli scorci più instagrammabili e immagini pensate per l’algoritmo. A Roma, una mostra riscopre una pioniera dell’autoscatto che usava la fotografia per interrogare l’identità. L’arte di sparire dall’inquadratura

13 GIU 26
Immagine di Woodman, i selfie e le code in Val Gardena. Un tormentone, un libro

GettyImages

Narciso ha sacrificato il proprio mondo interiore in nome della sua immagine esteriore, che è accessibile a tutti”, scrive Boris Groys in Diventare un’opera d’arte (appena uscito per Timeo). Con l’arrivo della lunga estate tornano quelle che i giornali chiamano “le code chilometriche per un selfie”. Che sia la Val Gardena o Santorini, un ponte sui Navigli o Posillipo, turisti e turiste e content creator non possono lasciar perdere una bella photo opportunity, e non vale se non ci sei dentro anche tu – selfie or it didn’t happen, si potrebbe dire. “La città eterna fondale social”, titola Repubblica parlando della folla che si sistema bella dritta per infilare un euro nella macchinetta per illuminare il soffitto di Sant’Ignazio di Loyola, a Roma. L’obiettivo è fotografarsi riflessi nello specchio puntato in alto, avendo come sfondo l’affresco di Andrea Pozzo sulla grande conversione dei popoli dei vari continenti – tramite “l’amore di Dio e il timore dei castighi divini”. Simulazione prospettica del Barocco adattata all’era degli iPhone. Più che mordi e fuggi, scatta e fuggi. I glicini che coprono i cancelli diventano background per la foto da mandare alla mamma, le buganvillee viola tra i portoni si trasformano in set dove i lanzichenecchi in calzoni corti e vestitini fast-fashion uno dopo l’altro sorridono per un istante, magari facendo i cuoricini con le dite come la Gen Z. Con quello che costa viaggiare – tutta colpa di Hormuz, dicono le compagnie aeree – almeno che ci si tiri fuori un bel post per far ingelosire i contatti LinkedIn. Non si sfugge al voler immortalare e testimoniare la propria presenza. E un po’ come le foto con le star, i potenti – vedi caso Claudia Conte – i fenomeni da baraccone, il selfie col morto recente, e per trasformarlo in un Uroboro per l’algoritmo, ecco la foto con gente famosa perché fa i selfie con i famosi, come Jean Pigozzi, “inventore del celebrity selfie”, che ora abita a Roma (come tutti, come Carrère). Ma la soluzione a questo sovraffollamento degli spazi pubblici lo troviamo passeggiando alla sede romana della Gagosian, a pochi passi da Piazza di Spagna. E’ in corso una mostra di Francesca Woodman, Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, la fotografa cult morta suicida a 22 anni nell’East side (ma pure lei un po’ romana, frequentava San Lorenzo e le librerie del centro). Woodman è precorritrice di una forma di selfie pre digitale, un po’ gotico un po’ punk, sicuramente filosurrealista e pre hipster, pre weird. E pure anticipatoria di discorsi sul corpo che rendono famose artiste come Jenny Saville e influencer della body positivity – lei risolve tutto con delle mollette da bucato sulla pancia. La fotografia in bianco e nero di Woodman gioca con l’idea di immagine di sé, con l’autocoscienza, con il vuoto dentro e fuori di noi, ma è anche un vero manuale per i selfizzatori. Perché quasi tutta la fotografia sperimentale, divertente, privata, di Woodman è fatta in casa. In uno scatto intravediamo nello specchio la macchina fotografica, antiquata, sul cavalletto, e vediamo uova e posate e tovaglie stropicciate, conchiglie, polvere, pezzi di vetro, nature morte in interni bohèmien. “Eppure amava i pranzi fuori, i giri a piedi o in macchina, i viaggi, la cucina, la pesca…”, scrive Bertrand Schefer nel libro che le ha dedicato (Francesca Woodman edito da Johan & Levi), “ma non ha mai mostrato niente di tutto questo”. Ecco una buona lezione che i drogati di selfie possono imparare da questa artista: le foto meglio farsele a casa.