Estate con apocalisse. Da Peter Thiel, alla canicola, alla Russia in fiamme

Il calore che sta portando i francesi a cuocere bistecche sull’asfalto – la côte de boeuf canicule – o a tuffarsi nel canal Saint-Martin, è stato definito canicule apocalypse. Oggi le soluzioni non si presentano, resta la contemplazione del disastro

30 GIU 26
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Foto ANSA

Ogni estate ha un suo tema. Vi ricordate la Brat summer verde-acido? O l’anno prima la Barbenheimer summer con le Birkenstock e la paura del nucleare? Quello di quest’anno non può che essere l’Apocalisse. Un’Apocalypse-core fatto di ventilatorini portatili kawaii, t-shirt con la faccia di Giorgio Agamben, e spillette di Extinction Rebellion. Il calore che sta portando i francesi a cuocere bistecche sull’asfalto – la côte de boeuf canicule – o a tuffarsi nel canal Saint-Martin, è stato definito canicule apocalypse. I Bagni Misteriosi a Milano sono aperti fino alle 10, come misura d’emergenza, perché i Navigli son troppo sporchi. Anche per parlare del recente disastroso terremoto in Venezuela i giornali hanno usato nei titoli il termine con la A. RaiNews fa vedere il cielo rosso della Russia, nella regione del Chelyabinsk, descrivendolo come “Apocalisse di luce”. Ad Aviano atterra “l’aereo dell’Apocalisse”, il “Pentagono volante di Trump”.
Il New York Times descrive come “apocalypse” la guerra civile in Myanmar. In Tasmania stanno costruendo un monolite di 16 metri che sarà una scatola nera per registrare l’estinzione dell’umanità, per “registrare l’Apocalisse”. Il guru miliardario del tech Peter Thiel, che ha letto troppo René Girard, dice che l’apocalisse sta arrivando, “is loading”, come fosse un videogame. E’ convinto che l’umanità sia intrappolata tra una distruzione totale in stile Armageddon e l’anticristo che prenderà la forma di un governo mondiale totalitario (forse, dice, capitanato da Greta Thunberg, un governo scandinavo autistico pro Pal). Non è un caso che Thiel venga a Roma a esporre le sue teorie, perché l’orecchio mediterraneo è più prono a questi moniti. Il tech incontra le profezie antiche, come in un fumetto allarmistico steam-punk zeppo di citazioni bibliche. L’ottimismo anni 80 e 90, in cui bastavano venti celebrities a cantare una canzone su un palco per risolvere l’Aids o la fame del mondo, è finito. Oggi le soluzioni non si presentano, resta la contemplazione del disastro.
Nella nuova opera artistica del siciliano Giuseppe Di Liberto, appena inaugurata a Ca’ Pesaro, grazie alla pioggia artificiale nebulizzata che scende dal soffitto, vediamo apparire su lastroni di cemento bagnato un paesaggio marino trecentesco dove una nave esplode. Il mare diventa fuoco come nella Rivelazione di Giovanni. L’opera si chiama Per sempre, fino alla fine ed è un’epifania della distruzione. Rileggiamo così il contemporaneo tramite le scene antiche, teschi e velieri. Siamo monaci che scrutano i segnali nel volo degli uccelli, usando il ronzio del condizionatore come un mantra tibetano, o restiamo come i dinosauri, che fissano con i loro occhietti da rettile il meteorite che li schiaccerà? Il filosofo Federico Campagna nel suo ultimo libro Altrimondi (Einaudi) ci dice che i popoli mediterranei hanno sempre dovuto affrontare piccole apocalissi, “accompagnate da disastri materiali come guerre, carestie e pestilenze e, di conseguenza, hanno dovuto sforzarsi di elaborare una strategia di sopravvivenza particolarmente radicale”. La fine del mondo, ci dice il filosofo, è già avvenuta e i nostri antenati ne sono sfuggiti, muovendosi, cercando altri ‘altrove’, tramite non solo l’esodo fisico ma anche l’immaginazione. San Giovanni scrisse l’Apocalisse mentre era in esilio a Patmos, isola dell’Egeo consigliabile per una fuga, soprattutto verso fine agosto quando vanno via i milanesi che hanno casa lì.