No, la bara in banano no

In fatto di sepoltura trionfa il vimini, come per Pamela Hicks

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Foto Getty

L’ultima dimora a cui tutti siamo destinati è una bara, oppure un’urna. Nei casi più disgraziati, un semplice sacco. Ci sono poi individui raffinati che traslano le ceneri del proprio caro dall’urna convenzionale fornita dalle pompe funebri in un cofanetto di porcellana Bone China, oppure fanno trasformare le ceneri in un diamante. Infine, ci sono morti romantici, che chiedono di essere dispersi in mari, laghi, parchi. Oggigiorno, a scegliere la cremazione sono circa il 39 per cento dei defunti italiani, ma l’Emilia Romagna ha picchi di cremazioni del 75 per cento. La regione è così un modello virtuoso non solo per le celebri scuole per l’infanzia visitate da reali inglesi, ma anche per “l’alta capacità impiantistica”, ossia l’efficienza dei templi crematori.
Tornando alle più convenzionali bare, è da poco mancata la quasi centenaria lady Pamela Hicks, figlia dell’ultimo viceré d’India, cugina in terzo grado della regina Elisabetta e sua lady in waiting. Moglie di un designer e arredatore d’interni e genitrice di un altro arredatore d’interni e di un’imprenditrice di lifestyle, è nata e vissuta in dimore intrise di cosmopolite raffinatezze. La sua bara, comparsa in foto pubblicate dalla figlia su Instagram, non poteva che essere qualcosa di estremamente chic: anziché la solita cassa di legno colpevole di disboscamenti, un feretro artigianale ecologico in vimini intrecciati. Prontamente, l’Italia, patria del design, ha reagito. I social sono stati invasi dalla pubblicità di ditte di onoranze funebri “naturali” che promuovono “la bara dell’estate”. Bare “ecologiche made in Italy” che assomigliano a grandi ceste da picnic, in rattan naturale o sbiancato, da accostare a vassoi, sottopiatti, secchielli per il ghiaccio, termos foderati in rattan, tutto in pendant con la bara, per il rinfresco funerario da tenersi in una veranda o sotto il portico.
Si scopre così l’esistenza di un vasto campionario di bare in rami di salice, midollino, rattan, bambù. Alcune, destinate ad animali domestici (“Anfibio, Cane, Gatto, Rettile, Uccello”), sono distribuite da Amazon, con consegna Prime. Altre, prodotte perlopiù in Indonesia, sono pubblicizzate come biodegradabili e le troviamo su Alibaba. La più piccola, “bara del criceto”, è in vendita a 7,69 euro con un ordine minimo di 50 pezzi, mentre quelle di taglia umana, smerciate in lotti da 20, costano circa 87 euro l’una. Sarebbero quindi feretri ecosostenibili e virtuosi, non fosse per il sospetto che vengano intrecciati da mani di donne e bambini sfruttati. Ed ecco che una “sepoltura green” o addirittura “etica”, “fricchettona o hippy” (così vengono promosse da altri rivenditori europei), può essere realizzata in contenitori di foglie di banano, alghe, iuta o carta riciclata. Del resto, anche Brigitte Bardot ha scelto di venire sepolta in una bara in vimini completamente biodegradabile, forse priva del classico contenitore interno in zinco. Un siffatto feretro, posto in salotto per l’estremo saluto al nostro caro, fa molto casa Agnelli, dove il vimini non mancava mai, magari accostandolo a un paio delle celebri Margherita, poltrone in canne di giunco d’India e Malacca, pietre miliari del design italiano e prodotte da Bonacina su disegno di Franco Albini.