
LaPresse
Uffa!
La voglia di rissa che riduce ogni dibattito a una sorta di guerra mondiale
Una giornalista mi chiama per sapere cosa penso della depressione di Sgarbi, in virtù dei nostri scontri televisivi. E poi Fausto Bertinotti che dice di voler scaraventare un volume contro Giorgia Meloni, le polemiche su Prodi, e così via. Un accanimento quotidiano, insopportabile e inutile
E siccome c’erano stati in passato degli affrontamenti televisivi tra me e Vittorio Sgarbi, ecco che una giornalista mi chiama a chiedermi che ne penso io del suo star male, della sua depressione, del fatto che un tale combattente stia adesso steso in una camera d’ospedale romano. Com’è fin troppo ovvio rispondo che ho cara l’intera famiglia Sgarbi, che Elisabetta ha edito alcuni miei libri, che reputo Vittorio un amico e che gli faccio i miei più fraterni auguri di rimettersi in sesto al più presto. Alla ripetuta richiesta di far riferimento ai nostri litigi televisivi, rispondo che erano sciocchezze che sul lungo periodo non contavano nulla di nulla. Seppure il nostro sia un contatto soltanto telefonico, avverto che la giornalista è delusa delle mie risposte. Lei si aspettava e sperava che io mi dicessi entusiasta dello star male di Vittorio, e allora sì che ne sarebbe venuto un articolo degno della prima pagina con relativo ed efferato titolo.
Sono tempi in cui gli scontri a fuoco sulla carta stampata vanno alla grande. Va bene che Fausto Bertinotti è un mio amico, epperò m’è spiaciuto che in un’intervista a Nicola Mirenzi lui dicesse che molto volentieri avrebbe scaraventato un volume contro la Giorgia Meloni che stava pronunziando le sue riserve sul celebre manifesto di Ventotene del 1941 in cui Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni manifestavano la loro fiducia e la loro speranza in un’Europa unita in cui i paesi europei agissero politicamente all’unisono. Fare a botte su un testo assieme sacro e lunarmente distante dall’oggi? Da non credere. E a non dire di quello che succede in ognuno dei cinquemila talk-show di cui è impregnato ogni giorno il nostro schermo televisivo. E’ una goduria per i giornali e per il pubblico quando due dei partecipanti al “dibattito”, si azzuffano tra loro e da una virgola pronunziata in più o in meno dall’uno o dall’altro scaturisce una sorta di Terza guerra mondiale per lo meno verbale.Personalmente sono sorpreso da un tale accanimento reciproco. Tanto per fare un esempio, io non sono d’accordo con quello che scrive quotidianamente il Fatto e dunque il suo direttore, Marco Travaglio (il miglior giornalista della sua generazione) ma mi mancherebbe molto il non trovare quel quotidiano in edicola ogni mattina. Così pure, io sto ovviamente dalla parte degli ucraini quanto alla loro contesa con i russi, ma appena intravedo un articolo del professor Alessandro Orsini, subito mi precipito a leggerlo. E sempre imparo qualcosa. Non è che cambi sostanzialmente il mio punto di vista su quegli atroci avvenimenti, però ne so di più.
Quando avevo poco più di vent’anni e ne sapevo poco o pochissimo di tutto, a cominciare dall’antifascismo di cui ero un adepto fervente, eccome se non ero furibondo all’occasione. Ricordo un dibattito nell’aula di un liceo catanese dove ci accapigliammo alla morte io e Benito Paolone, il parlamentare fascista e amante del rugby di cui tutti voi vi ricordate. Ci urlavamo addosso al punto che ci espulsero entrambi dall’aula. Trent’anni dopo mi sono ritrovato innanzi Paolone in un cinema catanese dov’era in corso non ricordo più quale dibattito. Lo abbracciai, ed era ovvio che entrambi stavamo abbracciando la nostra giovinezza perduta portandosi via i nostri reciproci fanatismi.
Sì, detesto i contenziosi i più acri che sui giornali si rinnovano a ogni capoverso anche quando non ce n’è il minimo bisogno. Può darsi ad esempio che di recente Romano Prodi non abbia risposto al meglio alla giornalista che durante una trasmissione televisiva gli aveva rivolto una domanda. Sì, in tutto e per tutto le aveva arruffato i capelli con un gesto che aveva tutto il sapore di un gesto paterno. Un gesto comunque che cominciava lì e finiva lì e non c’era bisogno di alcun commento ulteriore. Così come non invidio quelli che sui giornali tengono una rubrica di cinema o di televisione o di altro, e di queste rubriche impareggiabile di qualità e intelligenza è quella firmata quotidianamente da Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Eccome se lui non prende a staffilate tutto ciò che non gli piace. E fa benissimo. Per me sarebbe difficile fare quel lavoro. Se un film non mi piace non vado a vederlo. Se un libro non mi piace non lo leggo. E’ un mio limite.