Cinquant’anni dopo, il messaggio di “Arcipelago gulag” è ancora attuale

Il libro usciva in Francia nel dicembre 1973. Uno dei suoi traduttori ricorda il suo ruolo nella caduta del regime comunista in Urss
18 DIC 23
Ultimo aggiornamento: 05:30
Immagine di Cinquant’anni dopo, il messaggio di “Arcipelago gulag” è ancora attuale
Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati”. Così parlava ai Corinzi litigiosi e dissoluti l’apostolo Paolo. Aleksandr Solgenitsin lo cita all’inizio della quarta parte del suo “Arcipelago Gulag”, la cui edizione francese usciva nel dicembre del 1973, esattamente cinquant’anni fa – scrive uno dei suoi traduttori, Georges Nivat, professore all’Università di Ginevra che una decina d’anni fa ha pubblicato unsaggio sullo scrittore russo. Solgenitsin – continua – si rivolge naturalmente a tutti “gli ospiti di questo inferno”, le vittime, i carnefici, i ribelli dei “quaranta giorni di Kengir”, che hanno dimostrato che non tutti si sono arresi. Si rivolge anche a tutti i sopravvissuti, le vittime consumate dal senso di colpa: perché sono sopravvissuto? E si rivolge a tutti noi, lettori passati e futuri, perché “Arcipelago Gulag” è un libro che, dall’inizio alla fine, è una sorta di lettera immensa indirizzata all’umanità, una lettera il cui destinatario non esce indenne – se la apre e la legge. Certo, si rivolge anzitutto a se stesso: perché Aleksandr Isaevic si confessa, si autoaccusa, si rivolge a Ivan Denisovic, il suo personaggio, che gli ha aperto la strada della gloria mondiale, e che lo accompagna come Virgilio accompagna Dante nella sua discesa agli inferi. E poi si rivolge anche a noi. Naturalmente ai negazionisti dei campi, che non sono mancati e non mancano. Agli increduli come Bertrand Russel o Aragon o Sartre, che non volevano far disperare Billancourt (fabbrica e fortezza operaia della Renault, simbolo del ’68, ndr), e tutti gli indifferenti che pensavano: “Sono affari loro!”, o ancora, se erano “di sinistra”: “Ad ogni modo con i russi non poteva che essere un fallimento!”. Le questioni scottanti poste oggi dai massacri di Bucha, dal kibbutz Be’eri e da Gaza in macerie, sono le stesse che ritroviamo al centro di “Arcipelago Gulag”. E Solgenitsin non è affatto un ayatollah che impone sempre la sua risposta. In “Arcipelago Gulag”, ha molte risposte, talvolta in perfetta contraddizione tra loro. Per dirla con un’espressione, la sua risposta essenziale è: “Elevazione e depravazione vanno di pari passo”. Ma come, perché? La quarta parte di “Arcipelago Gulag”, “L’anima e il reticolato”, quella che comincia con San Paolo, prolunga le grandi riflessioni filosofiche e teologiche degli stoici, di Blaise Pascal e di Goethe – su ciò che rende l’uomo un uomo, e su quando smette di esserlo. Sul lato carnefice passivo che c’è in ognuno di noi. Dostoievski, in “Memorie da una casa di morti”, apporta una risposta netta: il lato carnefice nascosto in ogni uomo può sempre risvegliarsi. Solgenitsin ha avuto la stessa difficoltà di Dostoevskij ad aprire gli occhi, lo dice e lo ripete dall’inizio alla fine di “Arcipelago Gulag”. E ciò gli dà il diritto di denunciare carnefici e burocrati, di deridere gli increduli della “grande zona” (fuori dalla piccola; quella dell’immenso arcipelago “zek”), di compiangere le vittime, i torturati, ma anche di ammirare gli eroi e i saggi, e di celebrare i veri santi che ha incontrato nei gulag (…).
E’ “Arcipelago Gulag” che ha distrutto il regime comunista in Urss? Personalmente, è quello che penso e che ho scritto. “Arcipelago Gulag” mi è sembrato il grido che ha scatenato la valanga. Le contraddizioni del regime nei confronti di Solgenitsin erano in ogni caso flagranti e hanno a loro a volta avuto un ruolo. Se l’autore di “Una giornata di Ivan Denisovic” è stato proposto per il premio Lenin, per “Arcipelago Gulag”, che è in un certo senso lo sviluppo poetico, filosofico e satirico del libro precedente, si dovette riunire il Politburo per decidere cosa fare. E si decise, in mancanza di meglio, di non rimandarlo nuovamente nell’arcipelago che conosceva così bene. L’autore fu dunque arrestato una seconda volta, gli venne tolta la nazionalità sovietica, venne proscritto e mandato in aereo in Germania, dove il cancelliere aveva dichiarato pubblicamente che lo avrebbe accolto volentieri. Non c’è dubbio che “Arcipelago Gulag” sia stato più di un libro, e più di un “saggio di investigazione letteraria”, come recitava il suo sottotitolo. Perché ha fatto la storia, e resta un testo magnifico, contagioso, anche dopo la scomparsa di quel contesto immediato (che, tuttavia, è riapparso sotto altre forme). E’ per questo che “Arcipelago Gulag”, accanto ad altri grandi libri come quelli di Vasilij Grossman e Primo Levi, potrà per molto tempo aiutare a capire chi è l’uomo e come liberare il genere umano dalla crudeltà, dal massacro, dall’organizzazione della schiavitù. E resistere. (Traduzione di Mauro Zanon)