un foglio internazionale
Vecchi e nuovi untori: l’ebreo come capro espiatorio
Le narrazioni antisemite riattivano accuse di antico stampo adattandole al contesto sanitario del momento
8 GIU 26

"Quando si verificano epidemie su larga scala o catastrofi naturali, le società a volte perdono i propri punti di riferimento” scrive lo storico Marc Knobel nella Revue des Deux Mondes. “La paura, l’incertezza e il senso di vulnerabilità aprono allora la strada a dicerie, sospetti e alla ricerca di capri espiatori. Da gennaio 2020, il Covid-19 ha riportato alla luce questa realtà. Con la comparsa di questo nemico invisibile, alcune comunità etniche o religiose sono state accusate, in misura diversa, di diffondere la malattia. Altre sono state stigmatizzate o prese di mira. Questi pregiudizi non si manifestano tutti con la stessa intensità né nelle stesse forme. Variano a seconda dei contesti, delle paure del momento e delle comunità prese di mira: asiatici, magrebini, ebrei, italiani, tra gli altri. In questo articolo esaminiamo diverse espressioni accusatorie emerse durante la pandemia di Covid-19 e, più recentemente, in relazione all’hantavirus. Non si tratta di essere esaustivi, ma di mostrare come le crisi sanitarie possano riaccendere vecchi pregiudizi e alimentare teorie complottistiche rivolte contro determinati gruppi minoritari e, nei casi qui esaminati, in particolare contro gli ebrei. Senza che ne siamo sempre pienamente consapevoli, le epidemie rimandano ad alcune delle pagine più buie della nostra storia. Il ricordo della peste nera, in particolare, rimane a questo proposito particolarmente illuminante. La peste nera ebbe inizio negli anni Quaranta del Trecento nelle zone costiere del Mar Nero. Molto rapidamente si diffuse in Europa, per poi raggiungere diverse regioni dell’Asia. Tra il 1347 e il 1352, avrebbe causato la morte del 30-50 per cento della popolazione europea. Questa catastrofe sanitaria ebbe anche importanti conseguenze sociali e politiche: alimentò le paure, le violenze collettive e la ricerca di responsabili. Gli ebrei furono allora accusati di avvelenare i pozzi o di diffondere volontariamente la malattia. Quasi sette secoli dopo, non sono più le voci di paese o le prediche a diffondere queste accuse, ma i social network. Individui, gruppi o fazioni vi diffondono dicerie, informazioni errate, montaggi ingannevoli e contenuti falsificati al fine di alimentare la paura e designare capri espiatori. A nostra conoscenza, questi messaggi sono stati diffusi in particolare da militanti o simpatizzanti di estrema destra, ma anche, in alcuni contesti, da movimenti islamisti attivi negli spazi digitali arabo-musulmani. I registri differiscono, ma il meccanismo rimane lo stesso: utilizzare la crisi sanitaria per accusare, designare ed essenzializzare. In Francia, alcuni spazi digitali legati a movimenti antisemiti diffondono regolarmente contenuti razzisti, xenofobi o complottisti. Su Twitter, Facebook, WhatsApp, YouTube o VKontakte circolano così narrazioni complottiste che acquisiscono maggiore visibilità grazie alla loro ripetizione e alla loro diffusione all’interno di diverse reti.
La novità, con il Covid-19, non risiede tanto nella natura dell’accusa quanto nel suo adattamento al contesto. Gli ebrei non sono più accusati solo di controllare la finanza, i media o i governi. Sono accusati di trarre profitto dalla pandemia, o addirittura di averla provocata o organizzata. Le narrazioni antisemite riattivano così accuse di vecchio stampo adattandole al contesto sanitario del momento. I social network costituiscono uno spazio particolarmente favorevole alla rapida diffusione di narrazioni antisemite e complottistiche. Questi contenuti possono, in un contesto caratterizzato da paura, isolamento o rabbia, circolare su larga scala e trovare eco presso una parte del pubblico. In periodi di forte vulnerabilità collettiva, alcuni utenti di internet cercano spiegazioni semplici, responsabili identificabili o figure su cui proiettare le proprie preoccupazioni. In questo contesto, gli attori che diffondono contenuti antisemiti sfruttano i meccanismi di viralità propri delle piattaforme digitali per ampliare il loro pubblico. Il confinamento del 2020 ha contribuito a rafforzare questa dinamica: essendo maggiormente esposti ai social network e ai contenuti online, molti utenti hanno consultato più intensamente video, messaggi e sequenze complottiste. Come avevamo già segnalato nel maggio 2020, alcuni video o filmati complottisti di Alain Soral e Dieudonné diffusi durante la pandemia di Covid-19 avevano allora totalizzato oltre 400.000 visualizzazioni. Questo pubblico testimonia la capacità di tali contenuti di diffondersi ampiamente negli spazi digitali. Sebbene le produzioni di Dieudonné raggiungessero già regolarmente livelli di diffusione simili prima della pandemia, alcune sequenze sono state comunque concepite specificamente in relazione al contesto sanitario e alle narrazioni complottistiche che lo accompagnavano.
Si pensi in particolare a un video intitolato ‘Coronavirus pour Goy’, diffuso in francese e ripubblicato su VKontakte, un social network russo utilizzato anche da militanti francofoni di estrema destra. Il suo autore vi difendeva una tesi antisemita e complottista secondo cui il coronavirus sarebbe stato ‘messo a punto dagli ebrei’ al fine di ‘affermare la loro supremazia’. Questa accusa illustra perfettamente il modo in cui un evento sanitario può essere trasformato in una narrazione di un immaginario dominio ebraico. (…).
Da quando, nel maggio 2026, è emerso un focolaio di casi di hantavirus legato alla nave MV Hondius, una parte delle reti complottiste ha cercato di trasformare un allarme sanitario in una narrazione complottista di stampo antisemita. Ovviamente non si tratta di paragonare la portata del Covid-19 a quella di questo focolaio di casi di hantavirus. Al momento in cui scriviamo, quest’ultimo sembra rimanere contenuto. Allo stesso modo, le accuse antisemite legate all’hantavirus rimangono, in questa fase, limitate e circoscritte. Tuttavia, non per questo sono meno rivelatrici: mostrano come, anche a fronte di un allarme sanitario circoscritto, una notizia falsa possa riattivare vecchi schemi di sospetto nei confronti degli ebrei, di Israele o dei ‘sionisti’. Come spesso accade durante le crisi sanitarie, l’incertezza apre spazio a narrazioni di sospetto. Invece di attenersi ai dati medici, alcuni contenuti hanno presentato il nome stesso del virus come una presunta prova nascosta. Secondo Euronews, in un articolo pubblicato il 14 maggio 2026, una voce ha affermato che ‘hanta’ significherebbe truffa, frode o bugia in ebraico. Questa affermazione è falsa. Secondo Mother Jones, media investigativo americano senza scopo di lucro e di orientamento progressista, in un articolo pubblicato il 15 maggio 2026, il nome ‘hantavirus’ deriva dal fiume Hantaan, in Corea, dove è stato identificato il prototipo del virus, e non dall’ebraico. Euronews fornisce la stessa spiegazione e precisa che la confusione deriva da un errore di interpretazione linguistica, amplificato da alcune pubblicazioni online. La logica osservata è la seguente. Innanzitutto, una pubblicazione pone una domanda apparentemente innocente: ‘Cosa significa Hanta in ebraico?’. Successivamente, presenta una traduzione errata come una scoperta inquietante. Infine, lascia intendere che se la parola rimanda all’ebraico e all’idea di truffa, allora il virus stesso sarebbe una manipolazione legata agli ebrei, a Israele o ai ‘sionisti’. E’ a questo punto che emerge la dimensione antisemita della diceria”.
(Traduzione di Mauro Zanon)