un foglio internazionale
Chi vuole la nostra pelle. Il sud globale contro l’occidente
Terzomondisti, islamisti e imperialisti: la triplice contro l’occidente. Cosa insegnano combattenti ucraini, attivisti di Hong Kong e dissidenti iraniani. L'articolo di Victor Lefebvre nel Journal du Dimanche
15 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 08:39

“Propagandisti cinesi, Fratelli musulmani, terzomondisti, chavisti, ideologi iraniani, neoimperialisti di ogni genere, postcolonialisti: tutti condividono un feroce rifiuto dell’occidente e dei valori che esso veicola” scrive Victor Lefebvre nel Journal du Dimanche. “Le rimostranze contro un occidente reale o immaginario non hanno nulla di nuovo. Nel 1952, l’economista e demografo francese Alfred Sauvy conia il termine ‘Terzo mondo’ per designare i paesi rimasti ai margini dello sviluppo industriale del dopoguerra. ‘Perché, in fin dei conti, questo Terzo Mondo ignorato, sfruttato, disprezzato come il Terzo Stato, vuole anch’esso essere qualcosa’, scrive sulle pagine di France-Observateur. Tre anni dopo, nel 1955, la conferenza di Bandung, in Indonesia, riunisce i paesi che formeranno il Movimento dei paesi non allineati, ovvero una trentina di paesi africani e asiatici che affermano di volersi mantenere a equidistanza dalle superpotenze americana e sovietica, dalla Nato e dal Patto di Varsavia. Da circa un decennio, il concetto di ‘Sud globale’ – formulato dal ricercatore in scienze politiche Patrick Peritore già nel 1999 – viene utilizzato per definire un insieme eterogeneo di paesi con interessi divergenti, ma che contestano all’unisono l’egemonia occidentale e sostengono un mondo multipolare.
‘Le classi medie del Sud vogliono certamente vivere all’occidentale, ma non sotto il nostro dominio’, riassume Hubert Védrine nel suo libro di interviste con l’antropologo Maurice Godelier, ‘Après l’Occident?’ (Perrin/Robert Laffont), pubblicato all’inizio dell’anno. Il 2 marzo 2022, pochi giorni dopo l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che condanna la guerra e chiede il ritiro immediato delle forze russe. Quaranta paesi – che rappresentano i due terzi della popolazione mondiale – si sono astenuti o hanno votato contro, tra cui Cina, Sudafrica, Algeria, Iraq, Siria e la maggior parte degli Stati dell’Asia centrale. La visita ufficiale di Vladimir Putin a Pechino la scorsa settimana, così come il vertice regionale di Tianjin alla presenza dei capi di stato di Russia, India, Iran e Pakistan lo scorso settembre, illustrano il riavvicinamento dei Brics+ (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia ed Etiopia) di fronte al G7 e a un’alleanza transatlantica disunita.
In realtà, sono ormai molti anni che gli ideologi russi e cinesi prevedono e anticipano questo scontro strategico. ‘Questa guerra (in Ucraina, ndr) ci è stata estremamente benefica’, spiega Sergej Karaganov, teorico vicino al Cremlino e direttore del Consiglio russo per la politica estera e la difesa, in un’intervista rilasciata al sito Le Grand Continent. ‘E’ tragico che questo risultato abbia dovuto costare la vita alle migliori forze del paese, ma questa guerra ci ha permesso di rompere rapidamente con i nostri ultimi residui di eurocentrismo e occidentalocentrismo’. Karaganov si allinea qui al grande pensatore dell’eurasismo, Aleksandr Dugin. La Russia, in quanto polo di resistenza civile, avrebbe secondo lui una missione escatologica: opporre all’occidente talassocratico un polo tellurico e federare attorno a sé tutte le altre civiltà (confuciana, indù, latinoamericana) che rifiutano l’occidentalizzazione. Per Karaganov, le ‘fonti esterne’ della prosperità futura della civiltà ortodossa si trovano ‘a sud’ e ‘a est’. Proprio in Cina, il concetto di maggioranza mondiale teorizzato da Karaganov (in contrapposizione al ‘miliardo d’oro’ occidentale) trova eco negli scritti di Wang Huning, l’intellettuale organico del Partito comunista cinese. Nel 1989, poco dopo il massacro di Tiananmen, pubblica ‘America Against America’, il resoconto del suo viaggio negli Stati Uniti. Nell’ultimo capitolo del libro, Wang annuncia i primi segni della crisi americana: un individualismo che svuota la famiglia della sua sostanza; la mediocrità dell’istruzione secondaria; la delinquenza giovanile; la proliferazione della droga; la mafia e l’incapacità dello stato di combatterla; i senzatetto, esempio di un sistema sociale fallimentare; infine, la crisi spirituale, il relativismo e il nichilismo che si impadroniscono delle giovani generazioni americane. Significa forse che il mondo non occidentale comprende ormai l’occidente meglio di quanto l’occidente comprenda sé stesso? ‘Quindici anni di egemonia ci hanno abituati a credere che i nostri punti di vista rappresentassero l’interesse generale’, affermava Kissinger nel 1965. Sessant’anni dopo, l’egemonia occidentale è finita, l’unilateralismo americano è sempre più contestato, la fine della storia annunciata da Fukuyama e l’illusione di un mondo eternamente liberale sono un lontano ricordo.
In fondo, cosa resta dell’occidente in un mondo multipolare? Se ci atteniamo alla sua definizione geopolitica (Nord America, Australia, Giappone ed Europa), possiamo dire che si tratta di una creazione relativamente recente, nata dal dopoguerra e dalle istituzioni che l’hanno plasmata (Onu, Fmi, Nato, Gatt, Omc). Ma sarebbe riduttivo limitare l’occidente a uno spazio geopolitico – o addirittura geografico. In ‘Qu’est-ce que l’Occident?’ (Puf, 2004), il filosofo Philippe Nemo sostiene l’idea che l’occidente non sia né una geografia né una razza, ma una cultura singolare nata da cinque eventi storici cumulativi: 1) l’invenzione greca della città, della scienza e della razionalità; 2) il diritto romano, la proprietà privata e l’umanesimo, ovvero l’idea di un diritto universale e astratto, applicabile a tutti; 3) l’etica biblica e l’escatologia giudaico-cristiana, ovvero la nozione di dignità della persona e della storia come progresso; 4) la ‘rivoluzione papale’ dell’Undicesimo secolo, la separazione tra spirituale e temporale, l’autonomia del diritto canonico e la nascita dello stato di diritto moderno; 5) le rivoluzioni moderne quali la democrazia liberale, l’economia di mercato e i diritti umani.
La definizione più originale di cosa sia l’occidente – o, più specificamente, di cosa sia l’Europa – si trova tuttavia in George Steiner. Il filosofo franco-americano propone cinque assiomi per definire l’anima del Vecchio continente: i caffè (‘Tracciate la mappa dei caffè e otterrete uno dei punti di riferimento essenziali del concetto di Europa’); il paesaggio a misura d’uomo del camminare; le strade e le piazze intitolate a statisti, studiosi, artisti, scrittori; la doppia origine ateniese e gerosolimitana; infine, la consapevolezza della propria fine. Forse è proprio questo che caratterizza l’occidente: la sua capacità di dubitare, e ancor più di dubitare di sé stesso. La consapevolezza del ‘tramonto hegeliano’ o del carattere mortale delle civiltà, per riprendere le parole di Valéry, contraddistingue la civiltà occidentale dalle sue dirette concorrenti. Ma questo dubbio iperbolico è un’arma a doppio taglio: a forza di dubitare, l’uomo occidentale dimentica le proprie radici e la propria identità profonda – come intuiva Milan Kundera in un testo rimasto famoso, ‘Un Occidente rapito’. ‘In Europa, l’Europa non è più percepita come un valore’, osserva già nel 1983. Da qui il paradosso: sotto il giogo sovietico, gli europei dell’Europa centrale hanno difeso l’occidente più ferocemente degli stessi occidentali, perché sapevano cosa stavano perdendo. Nel momento in cui l’occidente è in preda al vuoto, è ancora dalla sua periferia – pensiamo ai combattenti ucraini, ai militanti di Hong Kong o ai dissidenti iraniani – che la sua difesa è più eclatante”.
(Traduzione di Mauro Zanon)