Se un bianco non può essere vittima di razzismo

Douglas Murray sullo Spectator accusa politica, media e istituzioni di applicare due pesi e due misure nel racconto del razzismo e della violenza. Da George Floyd all’omicidio di Henry Nowak

15 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 08:45
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ANSA

“Mi chiedo quanti lettori abbiano mai sentito il nome di Kriss Donald”, scrive Douglas Murray sullo Spectator. “Il giovane di Glasgow aveva solo 15 anni quando fu rapito da una banda di pachistani. Il gruppo lo scelse perché era bianco e avevano un conto in sospeso con un gruppo di bianchi con cui Donald non aveva alcun legame. Dopo aver girato per ore, la banda – guidata da Imran Shahid – lo pugnalò, cosparse il corpo di benzina e lo diede alle fiamme. Al contrario, il nome di George Floyd è nella nostra coscienza collettiva. Ormai dovrebbe essere chiaro che le nostre società scelgono cosa vogliamo ricordare. O, per dirla più precisamente, alcuni casi sembrano essere selezionati per noi come momenti di insegnamento o opportunità per spingere un messaggio sociale più ampio. Dubito che un qualsiasi lettore possa nominare anche una sola ragazza bianca britannica che, negli ultimi trent’anni, sia stata rapita, torturata e abusata sessualmente da uomini di origine principalmente pachistana in questo paese. Queste migliaia di ragazze sono state scelte – come ripetute inchieste e sentenze giudiziarie hanno affermato – per il colore della loro pelle. Ma Keir Starmer non si è mai inginocchiato per loro. Non ci sono state funzioni nazionali di ricordo né anniversari. Tutto questo mi porta all’omicidio di Henry Nowak e alla giustificata ondata di rabbia che ha accolto la condanna e la sentenza dell’uomo che lo ha ucciso: Vickrum Digwa. Ci sono molte reazioni. Alcuni hanno chiesto il divieto per i sikh di portare il tradizionale kirpan. Ci sono pro e contro a questo argomento. I leader sikh mi sembrano nel complesso lodevoli nella loro condanna delle azioni di Digwa. Altri hanno fatto notare che l’arma usata dall’assassino, ossessionato dalle armi, non era il kirpan ma un coltello più grande che nessuno ha il diritto di portare in giro. D’altro canto, diversi paesi perfettamente ragionevoli e tolleranti hanno vietato alla loro popolazione sikh di portare tali armi, che siano considerate o meno un precetto della loro fede. Ma il punto più grande rischia di essere perso in mezzo a tutto questo. Per tre decenni la polizia ha vissuto nel terrore di ulteriori accuse di ‘razzismo istituzionale’. L’addestramento della polizia e i cambiamenti legislativi hanno reso obbligatorio per gli agenti credere a chiunque affermi di essere vittima di un crimine razzista. E’ così che Digwa, e persino sua madre, sono inizialmente riusciti a farla franca con le loro bugie feroci, mentre la vittima di Digwa lottava per la vita sul freddo marciapiede, ammanettato, mentre gli venivano letti i suoi diritti mentre stava morendo. Sappiamo che il ‘razzismo’, da 30 anni, è una strada quasi interamente a senso unico. Solo chi appartiene a una minoranza può essere vittima di razzismo e solo chi ha la sfortuna di provenire dal gruppo razziale maggioritario può esserne l’autore. Anche se l’accusato – e del tutto innocente – sta dissanguandosi davanti a voi. Ho la sensazione che il clima stia per cambiare su tutto questo. Era ora”.
(Traduzione di Giulio Meotti)