Impedire il declino. La versione di Alain Finkielkraut

Il filosofo francese contro “le nuove élite, o sedicenti tali, che ritengono di non avere alcun dovere verso nulla né verso nessuno”

22 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 08:26
Immagine di Impedire il declino. La versione di Alain Finkielkraut

Dopo una notte di disordini nel Quartiere Latino, il 12 maggio 1968. (Foto di KEYSTONE-FRANCE/Gamma-Rapho via Getty Images)

Le élite hanno sicuramente una responsabilità nella rottura della trasmissione del sapere che si sta verificando oggi. E’ un tema che preoccupa il filosofo francese Alain Finkielkraut, che la rivista cattolica La Nef ha incontrato lo scorso gennaio. In quell’occasione La Nef ha parlato col filosofo e accademico di Francia anche del suo ultimo libro, “Le cœur lourd. Conversation avec Vincent Trémolet de Villers” (Gallimard), una raccolta di interviste in cui Finkielkraut si confida tanto sulla sua storia personale quanto sul suo pensiero.
“Per élite si intendono i migliori di una comunità. Chi sono oggi i migliori? Chi suscita ammirazione e fa sognare? A giudicare dalle classifiche delle personalità preferite dai francesi, sono le star dello spettacolo”, dice alla Nef Alain Finkiekraut.
“Sebbene non abbia alcun legame con quell’ambiente, rimpiango le famiglie borghesi che sapevano che i loro privilegi comportavano anche doveri”
Su quali punti in particolare le élite francesi sembrano aver fallito la loro missione? “In un notevole articolo pubblicato nel 2006 dalla Revue du Mauss, il matematico Laurent Lafforgue scrive: ‘Vorrei prendere le difese di una categoria di persone che mi sembra assolutamente indispensabile alla trasmissione della cultura, alla sua perpetuazione e al suo fiorire: mi riferisco agli eredi. Sebbene non abbia alcun legame personale con quell’ambiente, rimpiango sempre di più le famiglie borghesi di un tempo, che sapevano bene che i loro privilegi comportavano dei doveri, e che uno dei doveri più importanti era quello di onorare la cultura e di servirla, di dedicarvisi in prima persona e di trasmetterla alla generazione successiva. Questo ambiente ha dato alla Francia molti dei suoi scrittori, pensatori e studiosi, tra i quali, tra l’altro, si trovano molti ribelli. Questa borghesia colta si oppone alla fetta sempre più ampia e ormai maggioritaria delle nostre nuove élite, o sedicenti tali, che ritiene di non avere alcun dovere verso nulla né verso nessuno, che si vanta della propria ignoranza e ostenta la propria volgarità, che si immagina ribelle perché non si preoccupa più di trasmettere nulla e disprezza l’eredità secolare, che si crede moralmente superiore a tutto ciò che l’ha preceduta e allo stesso tempo si ritiene e si dichiara irresponsabile di tutto. Preferisco un milione di volte gli ‘eredi’, coloro che non si ritengono al di sopra di ciò che è stato loro lasciato in eredità, e per i quali l’eredità è un onere più che un onore, e che hanno a cuore di trasmettere ciò che hanno ricevuto. Ma quanti ne sono rimasti?’. Non c’è nulla da aggiungere”, afferma Finkielkraut.
“Il progresso, su cui si fonda la modernità, è diventato un processo inesorabile, implacabile. Non si tratta più, quindi, di cambiare il mondo, ma di salvare ciò che può essere salvato: la terra, la bellezza, il silenzio, la notte, la scuola, la cultura, la lingua francese. Mi batto, nei limiti delle mie possibilità, per questa ecologia integrale. Torno sempre a Camus, e in particolare a questa citazione: ‘Ogni generazione, probabilmente, crede di essere destinata a rifare il mondo. La mia, tuttavia, sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande. Consiste nell’impedire che il mondo vada a pezzi’. Spesso intervengo quando ritengo di avere qualcosa da dire che quasi nessun altro dice. Per me non si tratta di cercare di essere originale a tutti i costi. Per riprendere Deleuze che cita Proust, ‘le idee sono surrogati dei dolori’. Non penso sotto l’impulso di un gusto, ma sotto lo choc dell’evento”, dice il filosofo.
In fondo, è forse l’ideologia che permette di comprendere la cecità delle élite intellettuali? Gli intellettuali tendono forse a scegliere sempre la battaglia sbagliata? “Salvo qualche eccezione marginale, il marxismo non è sopravvissuto alla caduta dell’Unione sovietica – prosegue Finkielkraut –. Ma un’altra ideologia gli è subentrata: l’opposizione tra dominanti e dominati sostituisce la lotta di classe. Questa ideologia non tollera le verità fattuali che la contraddicono. La realtà deve dimostrare la propria legittimità. Hanno diritto di esistere solo gli eventi e i comportamenti che si piegano alla logica dell’idea. Così, ad esempio, non può esistere un razzismo anti bianchi: in nessun caso i dominanti potrebbero essere vittime. Che così tanti intellettuali siano allergici alla complessità del mondo e cedano al fascino del numero 2 (due blocchi, due forze, due schieramenti…) è uno dei grandi misteri del nostro tempo. Come diceva Péguy, ‘bisogna sempre dire ciò che si vede. Ma soprattutto, cosa più difficile, bisogna sempre vedere ciò che si vede’”.
Al di là delle considerazioni generali, alcuni esponenti delle élite francesi si sono dimostrati all’altezza della situazione e del loro ruolo: quali sono gli esempi positivi? “Penso sempre con ammirazione e gratitudine a Hannah Arendt, a Thomas Mann, ad Arthur Koestler, ad Albert Camus, che hanno saputo tenere gli occhi aperti e resistere a ogni forma di intimidazione. Nel 1952, quando infuriava il robespierrismo intellettuale, Albert Camus osò scrivere ne ‘L’uomo in rivolta’: ‘Il 21 gennaio, con l’assassinio del Re-sacerdote, si conclude quella che è stata significativamente definita la passione di Luigi XVI. Certamente è uno scandalo ripugnante aver presentato come un grande momento della nostra storia l’assassinio pubblico di un uomo debole e buono’”.
“Abbiamo fatto il ’68 sbagliato: Parigi era la contestazione della cultura europea. Praga era l’esaltazione di quella stessa cultura”
Nel libro Finkielkraut cita numerosi autori dell’Europa dell’est: al di là delle sue radici familiari e del suo interesse per quel mondo culturale, ciò rivela forse che le élite di quei paesi sono state, almeno per un certo periodo, più lungimiranti di quelle dei paesi occidentali? E’ ancora così? “Milan Kundera ha proposto qualche tempo fa un confronto illuminante tra il Maggio ’68 e la Primavera di Praga. ‘Il Maggio ’68 di Parigi fu un’esplosione inaspettata, la Primavera di Praga il culmine di un lungo processo radicato nello choc del terrore stalinista dei primi anni dopo il 1948. Il Maggio di Parigi, guidato inizialmente dall’iniziativa dei giovani, era improntato al lirismo rivoluzionario. La Primavera di Praga era ispirata dallo scetticismo post-rivoluzionario degli adulti. Il Maggio di Parigi era una contestazione gioiosa della cultura europea, vista come noiosa, ufficiale, sclerotizzata. La Primavera di Praga era l’esaltazione di quella stessa cultura, a lungo soffocata dall’idiozia ideologica, la difesa tanto del cristianesimo quanto dell’ateismo libertino e, naturalmente, dell’arte moderna (dico proprio: moderna, non postmoderna). Il Maggio di Parigi ostentava il proprio internazionalismo, la Primavera di Praga voleva restituire a una piccola nazione la sua originalità e la sua indipendenza’. Con l’avanzare dell’età, sono passato da una primavera all’altra. Ma cosa sta succedendo oggi nell’Europa centrale? A giudicare dalle concessioni dei leader ungheresi, cechi e slovacchi nei confronti della Russia di Putin, c’è motivo di preoccuparsi”. (Traduzione di Mauro Zanon)