Alzarsi

La recensione del libro di Helga Schubert, Fazi, 194 pp., 18 euro
24 MAG 23
Ultimo aggiornamento: 04:09
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Sono figlia della guerra, figlia profuga, figlia della Germania divisa. Ancora oggi, trent’anni dopo il 9 novembre 1989, dallo scompartimento del treno vedo il confine di allora in tutta la sua concretezza, nella striscia della morte i cespugli e gli alberi sono ancora più giovani, piantati soltanto DOPO. Il 9 novembre 1989 ero alle soglie dei cinquanta e non avevo ancora mai espresso un voto libero. Potrei raccontare quella giornata come testimone davanti a un tribunale: che cosa ho visto e sentito e pensato. Prima e anche nel tempo che è seguito. Ora per questo non esiste più un tribunale terreno: Tranne l’omicidio, tutto è caduto in prescrizione”.
Nata a Berlino nel 1940, orfana di padre a due anni, profuga con la madre a quattro, Helga Schubert narra con prosa malinconica e un uso personalissimo della punteggiatura, la propria autobiografia di scrittrice nel mondo opprimente e invasivo della Ddr.
Schubert racconta dei permessi di recarsi all’estero, e dei suoi ostinati e puntuali rientri, “di là dalla cintura minata”. Nel 1980 riceve nella Repubblica federale il premio Ingeborg Bachmann, nel 1983 il premio Fallada, prestigiosi riconoscimenti che è costretta a rifiutare. Legge i rapporti che i solerti spioni governativi redigevano sul suo conto. Dopo la caduta del Muro, il funzionario incaricato per quattordici anni di seguire il suo dossier, le chiede scusa, dicendo di provare vergogna e rimorso. Ma afferma di non avere mai temuto linciaggi o ritorsioni, perché aveva capito che le persone sorvegliate non volevano altra violenza, solo un ordine politico e sociale diverso.
“Il Muro non c’è più. Il Muro non c’è più, era scritto sul muro di sbarramento. Come si fa, una cosa del genere, anche solo a pensarla”.
Accanto a queste ricostruzioni, riaffiorano i ricordi dolci delle trasferte in campagna della nonna, ma soprattutto gli scontri con la personalità dura e anaffettiva della madre, la vera figura dominante del libro, tratteggiata con sentimenti contrastanti di affetto e rancore. “Ho compiuto tre imprese eroiche che ti riguardano. La prima: non ti ho abortito, anche se tuo padre voleva che lo facessi (…) La seconda: quando siamo fuggite dalla Pomerania a Greifswald, ti ho spinta in una carrozzina a tre ruote fino allo sfinimento. E la terza: quando i russi sono entrati a Greifswald, non ti ho avvelenato né sparato. Tuo nonno pretendeva da me che mi avvelenassi o mi sparassi (…) Allora dovrei prima uccidere mia figlia, ho detto io a tuo nonno, ma non posso farlo. Quindi ti ho lasciata vivere”.
Alzarsi
Helga Schubert
Fazi, 194 pp., 18 euro