Alla scuola d’oggi servirebbe la lezione d’un moralista settecentesco

“Consigli a un giovane per diventare uomo”, di Vauvenargues e curato da Marco Lanterna (Castelvecchi) andrebbe consigliato agli studenti tra le letture estive
26 AGO 23
Ultimo aggiornamento: 06:55
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<span style="color: rgb(15, 17, 17); font-family: &quot;Amazon Ember&quot;, Arial, sans-serif; font-size: 14px;">Vauvenargues nell'e</span>laborazione grafica di Enrico Cicchetti

Mi domando se, tra le letture estive, qualche spericolato insegnante italiano abbia raccomandato ai suoi studenti di leggere “Consigli a un giovane per diventare uomo” di Vauvenargues. La cosa appare improbabile perché, come scrive il curatore (per Castelvecchi) Marco Lanterna, anch’egli raffinato sarto di lettere, Vauvenargues è portatore di un credo energetico-agonistico: “Vivere è come essere sbalzati dentro un’arena”. E cosa vi è di più distante da quel luogo di allevamento e accoglienza per timorosi che è diventata la scuola? Cosa di più lontano da un’arena in cui provare una prima radicale simulazione della vita?
Vauvenargues è un moralista settecentesco e quindi è maestro di morale, di azione, di modo di portarsi nel mondo. Non vi è una stilla in lui di quell’acida sicumera dei puntatori di dito, di quella rivoltante sicurezza ebbra di legislazione che distingue senza dubbi ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. “Il valore e la presunzione, la giustizia e la durezza, la saggezza e la voluttà, quante volte si sono confuse, succedute o alleate”.
Questo nobile vissuto poco più di trent’anni, amico di Voltaire, con una vita complicata dalla malattia e dalla guerra, invita all’azione ma è rigoroso nella linea da seguire con se stessi: una linea non tracciata ma sempre da tracciare nello slancio in avanti e non nel timoroso nascondersi che è il primo passo di quelli che dall’ombra fanno solo mostra d’occhi buoni per giudicare secondo regole stabilite d’altri come loro.
La traduzione di Lanterna fa emergere questa voce amichevole, sapiente e antica, di quell’antichità presente che avvertiamo nella semplicità e nella certezza di ciò che è classico già nel momento in cui accade. La levità della scrittura, l’evidenza del dire, quasi fossero necessarie le parole che stanno una appresso all’altra; una necessità che non è nel pensare, ossia mediata, ma immediata nella frase pronta per essere non già ascoltata ma seguita. “Si scrive tutto il bene che si pensa e si fa tutto quello che si può”.
Ogni uomo, meglio ancora se molto giovane, troverà in queste pagine di Vauvenargues il suo colpo di scudiscio, il ricordo o la premonizione pungente di essere un vizioso per un motivo o per l’altro: per mancanza di coraggio verso le proprie debolezze o verso il mondo e le sue possibilità; per vanteria, spacconaggine, millanteria; per timore, tremore, codardia. Ma è sempre l’indulgente voce di un amico antico che ci parla attraverso l’infinitamente nobile sentimento dell’amicizia classica. Lo sguardo di chi partecipa della vita e da cui non pretende più di ciò che si può, che invita a percorrere quel possibile che è il mondo nella maniera più decisa senza lasciare nessuna strada intentata e nessun talento sepolto: l'audacia del tentativo, del successo o del fallimento mentre si cerca la gloria.
In Vauvenargues il coraggio e lo spirito d’intrapresa non sono mai velleitari, mai fini a se stessi, mai beaux gestes decadenti. Al contrario, sono una sfida al mondo tenendo però sempre ben presente il mondo. Egli sembra di continuo avvisare l’amico, a cui dispensa i propri consigli, che non si può fare il verso al proprio tempo senza ricavarne danno; non si può vivere in modo radicalmente inattuale, a meno che non si sia disposti a pagarne il prezzo, senza lamenti e senza piagnistei. “Se pertanto si è obbligati ad assumere risoluzioni estreme, le si deve abbracciare con coraggio e senza ascoltare il consiglio dei mediocri”. Non vi è che il mondo, questo mondo, in cui avere la gloria, in cui ottenere la propria realizzazione che è parola meravigliosa che invita all’azione pratica. Ma il riconoscimento e la gloria vanno strappati al mondo con le proprie capacità e con la forza della propria decisione. La fortuna è protagonista del mondo e delle vite degli uomini ma bisogna sempre forzarle la mano, attirarla verso di noi, o “batterla” senza posa fino a piegarla, o a esserne piegati.