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Una fogliata di libri - overbooking

Il Climate Prize rispolvera Bloom

Antonio Gurrado

L'etica del premio è: "Mostrare la nuova luce sotto cui ci vediamo a causa della crisi climatica e come potremmo rispondere, dimostrandoci all'altezza delle sue sfide con speranza e inventiva". Segue la strada già paventata trent'anni fa da Harold Bloom ne "Il canone occidentale"

Ci sono ottimi titoli fra i finalisti della prima edizione del Climate Prize: uno per tutti, Orbital di Samantha Harvey (NNE, 176 pp., 18 euro), già vincitore del Booker che, come sempre, è garanzia di valore letterario assoluto. Il guaio è che questo Climate Prize nasce invece proprio con la ricerca di un valore letterario non assoluto, legato anzi a una precisa condizione etica: “Mostrare la nuova luce sotto cui ci vediamo a causa della crisi climatica e come potremmo rispondere, dimostrandoci all’altezza delle sue sfide con speranza e inventiva”. Si tratta insomma della traduzione in soldoni (nel senso che il 14 maggio il vincitore intascherà diecimila sterline) dell’appello lanciato da Amitav Ghosh sul Guardian nel lontano 2016: l’autore indiano rinfacciava ai colleghi di star ignorando il cambiamento climatico e auspicava una narrativa che traesse ispirazione dal global warming per denunciarlo a dovere.

E’ singolare notare come Ghosh individuasse quale sintomo di crisi della cultura e dell’immaginazione il concentrarsi dei romanzi contemporanei su temi ombelicali – l’amore, il denaro, l’invidia irragionevole – che hanno per secoli, per millenni costituito invece la cifra della produzione letteraria, incarnando pertanto, come tali, la cultura e l’immaginazione stesse. Il Climate Prize intende battere quella strada, già paventata trent’anni fa da Harold Bloom ne Il canone occidentale (Bur, 569 pp., 16 euro). Di là dalle noiose sfuriate continue contro femministe e marxisti della “scuola del risentimento”, Bloom aveva genialmente individuato nella sincerità la caratteristica saliente dell’interpretazione progressista della letteratura, una schiettezza degli intenti morali atta a rispecchiarsi nella chiarezza della forma: “Il giusto banco di prova della nuova canonicità è semplice, chiaro e capace di generare magnifici cambiamenti sociali. L’opera non deve e non può essere riletta, perché il suo contributo al progresso sociale è la disponibilità a offrirsi per un rapido consumo e un’eliminazione altrettanto rapida”. Peccato sia l’esatto contrario della letteratura, almeno come l’abbiamo intesa negli scorsi duemila anni; sui prossimi, non me la sento di scommettere.

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