Nel linguaggio ereditiamo ciò che è stato

Il mondo in cui siamo non è altro che una continua costruzione che ci viene tramandata e che, allo stesso tempo, da sempre viene costruita a partire da una chiamata che viene da qualcosa che ci precede

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9 MAY 26
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Foto Ansa

Ogni uomo si determina a partire dal futuro, e così fa l’artista. Nessuno si mette in moto per niente, nessuno va da qualche parte senza sapere dove andare. Certo, come scrive notoriamente Machado, il sentiero non esiste ma lo si fa camminando. Eppure per muoverci abbiamo bisogno di un appello che viene da qualcosa che ci precede. Così fa l’artista. Quando si mette all’opera avverte già l’opera che verrà. Muterà percorso nel corso della creazione, ma è l’opera che sbucherà dalla tela, che nascerà dalle dita che picchiano sui tasti di un pianoforte, o dai colpi di scalpello impressi a un blocco di marmo che ci chiama al lavoro. Cosa è che ci chiama? Impossibile dirlo precisamente. Forse è il nostro stesso essere, la nostra costituzione esistenziale. Ciò che, però, si può dire con sufficiente approssimazione, è che ciò che ci chiama all’opera (e alla vita) è la possibilità stessa dell’opera (e della vita). O la possibilità di dare un volto specifico a ciò che genericamente chiamiamo futuro ma che altro non è che il non ancora di ciò che è assente alla vista ma presente come spinta a metterci in cammino.
Tuttavia, per capire come questa modalità esistenziale non riguarda solo l’artista ma ciascun uomo basta fare riferimento al pensiero. Esso è, paradossalmente, l’immagine più concreta che abbiamo di questo “possibile” che è la trama delle nostre stesse esistenze. Il pensiero è una concretezza senza limiti. E’ ciò che tutti condividiamo, sebbene ciascuno in totale autonomia. Tutti pensiamo in ogni momento, anche quando pensiamo di non pensare. Eppure è difficilissimo da comunicare il pensiero. Ogni volta che cerchiamo di comunicarlo, di dargli sostanza condivisibile, lo facciamo con il linguaggio, con le parole. E le parole non sono altro che piccole dighe poste su questo flusso inesauribile.
In tal modo, il linguaggio crea e, allo stesso tempo, cancella. Il linguaggio rende concreto “l’infinito possibile” di cui il pensiero è immagine. Il linguaggio crea scagliando con le parole il pensiero nel mondo. Una singola parola crea cattedrali, salvezze, massacri. Eppure, la diga su questo flusso inarrestabile costituita da ciascuna parola tanto mostra e ancora di più occulta. Infatti quell’infinito possibile che è il pensiero, nel momento in cui viene individualizzato in una parola, finisce per celarsi dietro di essa. Ciò che possiamo dire è sempre un residuo della quantità colossale di flusso di pensiero che vi è dietro. Eppure la via della parola, del linguaggio, è l’unica che chiarifica, l’unica che permette di dire qualcosa, di costruire. Di generare la via. Nel linguaggio ereditiamo ciò che è stato. Esso è, in tal senso, il più inquietante dei beni perché è la dimora dei morti, che ci trasmettono ciò che è stato attraverso parole, in una infinita processione che arriva fino alla sorgente della vita stessa. Il mondo in cui siamo non è altro che una continua costruzione che ci viene tramandata e che allo stesso tempo da sempre viene costruita a partire da una chiamata che viene da qualcosa che ci precede.
In questa diarchia di passato e futuro, di linguaggio e morte si produce la chiamata creativa dell’uomo, il quale è costituito di linguaggio e morte, visto che è l’unico animale che parla, e l’unico animale che muore. Ed è ovvio che qui linguaggio sia logos, ossia l’articolazione/limitazione del pensiero, e che morte sia il fatto che sappiamo da sempre di morire, che la finitudine di cui essa è l’immagine è ciò che sempre ci accompagna, con cui da sempre ci si confronta. Il linguaggio conserva le vite precedenti, porta le tracce della morte, ma anche dell’eredità che è precipitata in quelle parole e che ci spinge avanti. Così la via si fa camminando.