In che senso “la cultura fa paura”?

Lo slogan usato nei cortei sottintende che il ministero vuol tenere gli studenti in uno stato di ignoranza coatta, ma la questione è più sottile

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16 MAY 26
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Foto Ansa

Abbiate pazienza: qualsiasi cosa avessi in animo di scrivere quest’oggi è sopraffatta dalla circostanza che qui sotto stia passando un corteo del comparto scuola, scandendo in protesta il reiterato grido: “La cultura / fa paura”. Più dunque delle motivazioni specifiche relative alle indicazioni sui programmi o alla riforma degli istituti tecnici, è necessario che io mi interroghi – non volevo, ma loro urlano – sul senso stesso dello slogan rimato, non immemore dell’antico “Corona / non perdona”. Dire “la cultura fa paura” penso sottintenda che il ministero vuol tenere gli studenti in uno stato di ignoranza coatta, impedendo loro di prendere d’assalto viale Trastevere sobillati dal teorema delle tre perpendicolari o dalla caduta tendenziale del saggio di profitto.
La questione, tuttavia, mi sembra più sottile. Per istinto e abitudine tendo a ridurre la cultura al materiale fondamentale che la trasmette, ossia i libri e, in senso lato, la lettura e la scrittura. Ora, l’istituzione scuola manovra i libri con estrema cautela: impone tetti di spesa per l’adozione dei manuali, propone letture tramite lo strumento totalitario dell’obbligo, acquista a peso copie di volumi presentati dinanzi a studenti inermi, tiene accuratamente chiuse le biblioteche d’istituto e riprende gli alunni che leggano per conto proprio sottobanco; non contenta, ingabbia la scrittura in formulazioni artificiali assurde (ricordate il saggio breve?), la deturpa in circolari che sembrano vergate da un brigadiere stilnovista, la sublima in un profluvio di riunioni mirate a stilare verbali volti a essere approvati in altre riunioni finalizzate a stilare altri verbali. Sottrae così ai docenti il tempo per leggere e instilla negli alunni la certezza che farlo sia una perdita di tempo, se non una sofferenza che i docenti impongono loro pur sottraendosene con lo stratagemma di stilare verbali. Ad avere paura della cultura sembra quindi anzitutto il corpaccione della scuola, di cui il ministero non è che effetto e specchio. Parlo di quello stesso corpaccione che adesso sta sfilando qui sotto: in fondo, se l’obiettivo dello sciopero era di non farmi né leggere né scrivere, allora è perfettamente riuscito.