una fogliata di libri
L’impoverimento culturale è come la morte
I grandi ammonitori circa il decadimento intellettuale, un grimaldello universale per il consenso collettivo, non sono mai mancati nella storia della letteratura. Ma il decadimento riguarda sempre gli altri
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16 MAY 26

Foto di Avery Evans su Unsplash
L’impoverimento culturale è come la morte: riguarda sempre gli altri. Infatti tutti ci cascano. E alzano a comando, debitamente aggrondati, il sapientissimo ditino, che scatta con voluttà indicando dove stanno gli evidentissimi colpevoli – altrove.
L’allarme circa l’impoverimento culturale, nel vasto trovarobato della mediocrità riflessiva, è veste che fa figura e si pesca al volo appena spalancato il baule, non serve ravanare ore a due mani per farsi abbagliare dal suo riverbero di lustra patacca.
L’impoverimento culturale (l’allarme circa) richiede una voce stentorea, tanto di tutto il resto nessuno si occuperà, compreso il fatto che non si capisce bene di cosa si parla, quando si parla di impoverimento culturale, e soprattutto non si chiedono mai i titoli a chi ci ammonisce in materia, perché più alto è l’urlo e meno ci interessa l’urlatore.
L’impoverimento culturale (il grido di dolore per) fa accomodare chiunque dalla parte della ragione, perché poi come fai ad alzarti e dire no, ehm, scusate, io non vedo alcun impoverimento, o meglio, non capisco come si faccia a vedere, e già che ci siamo, se vogliamo essere un momentino seri, non si sa nemmeno come si misuri. A litri? A chili? A metri cubi? E infine, come lo si valuta, questo impoverimento? In antitesi a quale Età dell’oro in cui scorrazzavamo satolli nei giardini dell’Opulenza culturale, e il fogliame era di impaginato dantesco e si nuotava a rana in laghi di miele?
L’impoverimento culturale è materia sfuggente, ed è un grimaldello universale per il consenso collettivo – come dire: oggi la frutta non sa più di niente! (Applausi)
“Lui è quello che ha denunciato l’impoverimento culturale! Bravo, finalmente uno che lo dice”.
Che dice cosa? Non si sa. Giacché la cultura è essa stessa indefinibile, tranne nelle tiritere assessorili durante il discorsetto di inaugurazione. Ma anche pensando a qualcosa di più circoscritto, la cultura è per definizione qualcosa che né si regala né si invoca, ma che faticosamente si ottiene strappandola al mondo e a sé stessi (romanzo russo batte serie tv).
In tema di cultura, vale una regola: diffidare di un sedicente intellettuale quando parla come vostra zia o vostro zio. La querimonia travestita da pensiero tuona a zero danni, e non ne fa proprio perché è nulla, da nulla muove e verso il nulla va. Puro suono. Un trallallà.
I grandi ammonitori circa il decadimento intellettuale non sono, nella storia della letteratura, mai mancati. Anche qui vige la regola summenzionata: il decadimento sono sempre gli altri. “Chi dice letterato dice divoratore di colleghi”, tuonava Jules Renard nel suo Diario. E poi, da gran conoscitore del mondo, cioè di sé stesso: “L’uomo non è che la metà di un imbecille”.
Sarebbe bello che, per una volta, i denunciatori fossero la metà di un responsabile – responsabile di ciò che denunciano. E che non si chiamassero fuori con alterigia. Che ci regalassero, più che l’orecchiabilità delle lamentele e la ballabilità dei verdetti, la sostanza di un pensiero vero, cavato dal proprio stesso stomaco, da un dolore condiviso, e dalla voglia (per una volta) di amare il mondo senza ergersi, ma dandosi alla gioiosa fatica di accettarlo, di leggerlo, di viverlo.
Sempre Renard − primo consiglio di lettura estiva, in anticipo su tutti – un giorno disse a Goncourt, parlando del suo diario: “Sapete ciò che lì dentro vi manca? La descrizione di voi stessi così come avete fatto quella degli altri”.