Dimenticato re Gudù

La recensione del libro di Ana María Matute edito da Safarà, 756 pp., 33 euro

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20 MAY 26
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Chissà se Ana María Matute aveva in mente il Godot beckettiano quando scelse il nome Gudù per il protagonista del suo romanzo più celebre. Di certo, la proverbiale assenza del primo sembra dialogare con l’oblio che grava sul secondo: un oblio che abita non solo la storia narrata, ma anche la vicenda editoriale del libro. Matute lo considerava la sua opera migliore. La scrisse nel 1976 e la tenne nel cassetto per vent’anni, convinta chissà perché che se la avesse pubblicata sarebbe morta. Poi pensò che preferiva rischiare e godersi da viva il successo di quel libro, di cui era sicura, anziché accontentarsi di una gloria postuma. Aveva ragione. Olvidado rey Gudú, uscito in Spagna nel 1996, fu un grande successo; in Italia, invece, la prima edizione Rizzoli del 1998 passò sotto silenzio. Oggi ci riprova Safarà, che riporta in libreria questo classico con la traduzione di Maria Nicola e le illustrazioni di Gianluigi Toccafondo. Nella prefazione, Vanni Santoni ricorda il dominio britannico e statunitense sul genere fantasy. E’ dunque tanto più sorprendente che il titolo che più seriamente insidia il monopolio anglofono arrivi dalla Spagna. Dimenticato re Gudù ha il respiro dei libri che inventano un mondo e lo fanno esistere con tale intensità da renderlo memorabile: un regno, una dinastia, guerre, incantesimi (pochi) e sotterfugi (tanti). Ma la grandezza di Matute sta soprattutto nello stile. Il romanzo passa con naturalezza dal registro del racconto cavalleresco e medievale a quello della fiaba, e dalla fiaba al comico, senza mai perdere tensione. Ci sono pagine in cui si ride, altre in cui ci si commuove, anche grazie a figure indimenticabili come il “trasgo” o la regina Ardid. E poi ci sono dialoghi profondi che sembrano usciti da una tragedia di Shakespeare. Dopotutto la materia trattata è la stessa: il male, il desiderio, la vendetta. Capitolo dopo capitolo, il romanzo si fa sempre più feroce. La saga dinastica presentata nelle prime pagine precipita nelle spire di una macchina di sopraffazione. Quello che può essere letto anche come un racconto di formazione si trasforma in una cupa parabola sul potere che culmina nell’oblio. Da questo punto di vista, il finale di Dimenticato re Gudù ricorda la dissoluzione delle ultime pagine di Cent’anni di solitudine. Al pari di Macondo, il regno di Olar mostra la sua fragilità estrema proprio nel momento in cui diventa memorabile per il lettore. Affiorano qua e là, nelle pagine di Matute, riferimenti alle fiabe classiche, da Biancaneve alla Sirenetta, raccontate come se fossero vicende realmente accadute. Nella nuova edizione Safarà, tuttavia, il fosco tratto delle illustrazioni di Toccafondo colloca il romanzo nella giusta prospettiva: Dimenticato re Gudù non è una fiaba per bambini. O forse sì, e come tutte le migliori fiabe è spietata e carica di significato.
   
Ana María Matute
Dimenticato re Gudù
Safarà, 756 pp., 33 euro