I disarmati

La recensione del libro di Claudio Segat edito da Bottega Errante, 230 pp., 17 euro  

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20 MAY 26
Immagine di I disarmati
Non c’è sempre spazio per la poesia nel romanzo. Quando c’è, sovente rischia di rubare campo all’efficacia della narrazione. E bisognerebbe aprire qua una parentesi su quel campo dei romanzi scritti da poeti. Ma non è il caso – in entrambi i casi – di Claudio Segat  e del romanzo "I disarmati" in cui ogni tanto una finestra s’apre alla poesia ma senza il clamore del lirismo spesso di difficile sorveglianza. Anche perché quando maneggi questa materia o sei Francesco Biamonti – che ahinoi ci ha lasciato dopo aver consumato una vita di parole scarnificate, sedimentate – oppure rischi l’autogol e nel calcio moderno come nella narrativa ai tempi dell’IA non è cosa rappresentabile senza pudore.
“Accumula, poi distribuisci. Sii la parte più densa dello specchio dell’universo, la più utile e la meno appariscente”, scrive Segat e suona come una dichiarazione di poetica severamente understatement.
Che si sia al cospetto di un romanzo di paesaggio lo si capisce presto. Siamo a pagina 44 quando “arrivò in cima alla collina. A settentrione c’erano le Alpi Giulie, le Alpi e Prealpi Carniche, le colline moreniche. Giù in basso si stendeva la pianura friulana, verso il mar Adriatico, verso i rilievi carsici, verso l’occidente veneto, verso l’oriente slavo”. Siamo davanti a paesi di campanili in cui “le grigie lontananze autunnali di quelle ore pomeridiane, che s’impoverivano di luce, che trascoloravano a poco a poco”. Quella linea di demarcazione e di confine in questo romanzo è popolata di donne amate nella lontananza e reduci: un ex ambasciatore, un ex clown, un coltivatore di mele, un bidello di scuola media, tutti spinti a squadernare il senso dello stare al mondo.
 Come accade ai romanzi di paesaggio e questo in parte lo è, il romanzo di Segat vive di silenzi e di internità. Il protagonista vive “i momenti di quell’impoverimento, di quel trascolorare”, li assapora ed è come uno svuotarsi, uno spossessamento in cui il silenzio non è “solo il silenzio di lassù, era il silenzio di Tutto, di tutto ciò che esisteva in quel momento”. 
Nel libro i personaggi vivono cercando il sole, l’acqua, poche cose, “una vita il più possibile terrena e celestiale, ma senza mondo, senza il mondo”.
Le brevi descrizioni paesaggistiche si succedono senza astrazione ma metaforiche come quella delle tortore dal collare lì sui rami, silenziose, ferme e addossate l’una all’altra a toccarsi la testa come in una forma semplice dell’amoreggiare che è anche il modo in cui noi tutti stiamo al mondo, distinti ma vicini, addossati ma soli.
   
Claudio Segat
I disarmati
Bottega Errante, 230 pp., 17 euro