La tigre nel giardino

La recensione del libro di Anna Katharina Fröhlich edito da Mondadori, 168 pp., 19 euro

17 GIU 26
Immagine di La tigre nel giardino
"Voglio vivere in un film di Wes Anderson”, cantavano I cani (la band). “Voglio vivere in un libro di Anna Katharina Fröhlich” possiamo dire leggendo "La tigre nel giardino" (tradotto dal tedesco da Giada Cassini). Non sono solo le stanze che ricordano “fortemente una voliera”, con i pappagalli dal becco rosso che fanno tremare i rami di un albero di peepal, non sono solo i concerti sufi “nella Residency”, l’acqua di rosa, i “vapori di gamberetti fritti e di riso al limone”, gli sgabelli “di palissandro tappezzati di un tessuto ceruleo”, i colpi di gong provenienti da un tempio, o le donne, “coi loro sari di seta” che ricordano “dei soufflé o dei bignè alla panna”, persone “che ignoravano la morte con sconcertante dignità”, caccia alla tigre, odore di frutta e gelsomino che arriva dal finestrino abbassato, immensi palazzi indiani o ville nel sud della Francia abitati da zie con cardigan “lilla brillante da dama del Pontormo”. No, non è solo una questione di ambiente, di mood, di lussi e consumi. C’è qualcosa di più alto della semplice osservazione, della lingua deliziosa con cui si descrivono i mondi e i gesti e i volti in questo romanzo “indiano” (ma non solo) della scrittrice che, l’anno scorso, ci ha regalato il suo ricordo personale di Roberto Calasso – perché non si dimentichi il suo poliedrico estro, il suo essere sommo cercatore dell’infinito.
“Non in tutti i viaggi ci si sente alla meta una volta arrivati a destinazione, anzi, molto spesso il cuore aspira a un nuovo altrove”. Una donna, erudita e sensibile studentessa di teologia, che ha perso i genitori, nipote di un lord, vaga per il gigantesco palazzo di una ricchissima famiglia Sikh, a Lucknow, decisa a entrare davvero in questa realtà, in questo clan, oltre i veli apatici, i fumi illusori, i vezzi abulici, e strappare questa gente “dalla loro fortezza di torpore” – e quale modo migliore per far breccia, di un bacio? “Kiss me!”, dice la narratrice a uno dei figli del patriarca che mangia solo corn flakes. Il desiderio è forse il vero protagonista, qui. Il desiderio che si scontra e si mescola con rituali e silenzi e con i nostri limiti percettivi che possono esser superati solo dal giardinaggio o dalla lettura dei grandi libri – e certo, dalla fede in qualcosa di più grande del tangibile. Smartphone e computer ci sono, ma – grazie a Dio – non sono protagonisti. Le magnifiche sete dorate accarezzate dal vento solo parte dell’esperienza dei sensi. Divertente trattato fisiognomico – nasi che si “conficcano” negli occhi! – fisiologia della vita di campagna, trattato sull’ozio, encomio del saper dialogare con sé stessi, e soprattutto elogio della bellezza, e dell’India. “Cercare di comprendere perché si ama l’India è inutile quanto il tentativo di spiegare perché si ama la vita”.
   
Anna Katharina Fröhlich
La tigre nel giardino
Mondadori, 168 pp., 19 euro